Un ragazzo normale

Un frammento della mia esperienza in Albania

Oggi accompagniamo Gjergji.
Andiamo a prenderlo a casa di suo fratello Luigji. Con noi in macchina ci sono anche suo nipote Nik e l'altro suo fratello, Valentin.
Il viaggio inizia subito con una sosta per comprare il tabacco. Scendere dalla macchina risulta una scena quasi comica, soprattutto considerando il fatto che siamo a Scutari... Una ragazza al volante e con lei quattro ragazzi jeans e giacca di pelle, quasi fossimo una rock band!
Durante il viaggio ridiamo e chiacchieriamo. Quando chiedo a Nik se posso mettere la musica mi prende in giro perché a me piace Alban, che fa canzoni decisamente troppo smielate per un diciottenne albanese. Gjergji allora mi chiede se ho qualcosa di Giusy Ferreri, che a lui piace tanto, ma non riesce ad ascoltarla perché gli altri ragazzi dove sta hanno solo canzoni albanesi o inglesi.

Quando arriviamo alla nostra meta ci sediamo al bar a prendere un caffè, Gjergji insiste affinché prendiamo qualcosa più di un caffè, noi rifiutiamo gentilmente, mi stupisce che anche oggi noi veniamo al primo posto, l'ospitalità albanese davvero è ammirevole. E Gjergji non è da meno, è il più “anziano” del gruppo, pur avendo grossomodo la mia età, e quindi si comporta da capo famiglia, come tutti i ragazzi qui, quando si trovano in circostanze simili.
Anche Gjergji è così, è un ragazzo come tutti, un ragazzo normale.
Gjergji guarda l'orologio.
Sono le 12 meno dieci minuti.
È ora di andare.
L'ultimo sorso di raki e l'ultimo tiro alla sigaretta, come se qui fuori avesse un sapore diverso, e chissà, probabilmente ce l'ha.
Chissà come deve essere, tornare consapevolmente a rinunciare alla propria libertà, dopo averla assaporata per un tempo che è sempre troppo breve.
Già, perché Gjergji è un ragazzo normale, ma Gjergji alcuni anni fa ha ucciso un uomo ed ora sta scontando la sua pena in carcere. Oggi sta tornando dentro, questo è il terzo permesso premio che ha ricevuto.
A noi l'ingrato compito di riaccompagnarlo fra quelle mura, le nostre facce sono le ultime che vedrà da uomo libero, eppure, anche negli ultimi minuti della tanto agognata libertà, aveva un pensiero per noi, preoccupato del fatto che potessimo essere stanchi o annoiati di aspettare in quel piccolo bar all'esterno del carcere. Ho detto solo no, ma avrei voluto rispondergli molto altro.
“No Gjergji, non sono stanca, né annoiata.
Sono incredula e anche un po' ammirata.
Perché io con le persone detenute ci ho avuto a che fare, ci ho parlato. E io lo so che fuori la sigaretta ha un sapore diverso. E lo so che quel bicchiere di raki oggi brucia di più la gola, perché senti l'aria che inizia a mancare. Guardi in alto e sai che dentro il cielo sarà meno azzurro e che il sole sembrerà più pallido.
«La libertà è come l'aria, ci si accorge di quanto vale solo quando comincia a mancare».
Così diceva Piero Calamandrei, così penso io, mentre chiudono il cancello alle tue spalle, e mentre penso che non sarai mai libero, che la tua vita sarà sempre in pericolo nonostante gli anni che hai trascorso senza libertà. Non basterà il tuo rimorso, non basterà mai il fatto che tu hai pagato perdendo la libertà nell'età più bella. Ripenso al nostro amico Padre Gianfranco Testa, missionario di pace e di perdono, alle sue parole, così profonde, così vere: «l'uomo non è il suo errore». Io vorrei dirtelo, Gjergji, che tu non sei il tuo errore, io vorrei dirtelo che quando sarai libero per sempre avrai una nuova vita, una seconda chance.
Ma non posso, non posso perché questa piaga che affligge questa terra che tanto amo distrugge tante, troppe vite. Non posso perché la vendetta di sangue non si nutre solo di violenza ma si nutre di odio, di paura, di rancore. La vendetta di sangue ti tiene in ostaggio, e tiene in ostaggio la tua vita, la tua libertà, la tua famiglia.
Tu oggi, Gjergji, mi hai insegnato tanto. Mi hai dimostrato la dignità di tornare consapevolmente nel luogo che ti tiene prigioniero. Mi hai dimostrato praticamente quel che ho tanto letto sui libri, perché mi hai mostrato l'uomo che sta dietro a chi ha sbagliato.
Ed io ti prometto, Gjergji, che metterò tutto il mio cuore in questa mia piccola presenza nonviolenta. Metterò tutta la mia anima nel parlare di pace e di riconciliazione. Mi impegnerò come non ho fatto mai per cercare di portare giustizia laddove regna l'ingiustizia. Seminerò con passione, perché un altro Gjergji che verrà un domani, sappia di essere nato fra gente che ha saputo cambiare, che ha saputo scegliere il perdono e la pace.
Te lo prometto, Gjergji, ragazzo normale, uomo speciale”.

N.