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Il problema non è se sia giusto o meno bombardare la Libia
Lunedì 21 Marzo 2011 02:00

 

IL PROBLEMA NON E' SE SIA GIUSTO O MENO BOMBARDARE LA LIBIA.

Scrivo da At-Tuwani, a sud di Hebron, territori palestinesi occupati.

Stamattina davanti a casa nostra un palestinese è stato accoltellato da un colono israeliano; forse il fatto che qui ci siamo noi dell'Operazione Colomba ed altri volontari internazionali permetterà che il suo aggressore venga individuato. Sono convinto che la nostra presenza a sostegno della scelta nonviolenta del villaggio ha permesso che queste persone siano ancora qui e non profughe e disperate in qualche terra non loro.

Quindi vedo la situazione della Libia da un punto di vista particolare, quello di chi ha la fortuna\privilegio di vedere in azione l'alternativa alla guerra. Il problema non è se sia giusto o meno bombardare la Libia. Non è giusto, punto. La coscienza ci dice che la guerra non si fa mai, che nessuno può proclamarla, neanche il Presidente di una nazione potente e ricca.

Lo dice anche la Costituzione italiana: non è mai accettabile né umana, men che meno quando dietro le motivazioni ufficiali ci sono interessi economici. Non è accettabile che il governo di Gheddafi spari sulla popolazione libica né che l'occidente bombardi la Libia. Il problema non più rimandabile è costruire una alternativa alla guerra; se l'unico strumento che conosciamo per risolvere le crisi è il bombardamento, useremo sempre quello: lo abbiamo fatto ieri, lo facciamo oggi, lo rifaremo domani. Il nostro paese investe nello strumento militare in maniera crescente, nonostante la crisi, vende armi (siamo il primo venditore di armi alla Libia), si accoda ansioso ogni volta che c'è da farsi vedere; bombardare e far la guerra è il nostro modo di chiedere di essere accettati dai governi che contano.
La coscienza ci dice di non fare accordi con chi uccide, la nostra intelligenza ci aiuta a capire che la guerra di oggi è preparata da tante scelte miopi ed egoistiche: abbiamo sovvenzionato per decenni Gheddafi per mantenere il nostro stile di spreco, lo abbiamo sostenuto nella sua guerra ai poveri in fuga dalle guerre africane per paura di far arrivare dei profughi in Italia ed Europa. La coscienza ci dice che non si può far la guerra senza diventare meno esseri umani e che la nostra vera crisi non è economica, ma morale.
La nostra coscienza ci chiede di investire con forza sull'intervento nonviolento civile, lo dico nel clima di esaltazione che produce la violenza, lo dico sapendo che tra non molto tempo faremo i conti con l'ennesimo bilancio fallimentare (Iraq, Afganistan...).
La nonviolenza funziona, ma non è fatta di parole né di soli no alla guerra: chiede di essere provata, vissuta, chiede meno chiacchiere e più persone vere pronte anche a rischiare la vita: è lo strumento di oggi, su cui come paese dobbiamo assolutamente puntare.
La diplomazia ufficiale è superata.
Lo strumento della guerra è superato.
E se non lo vedete ora, ci aspettano altri anni di menzogne e guerre.

K.

 
 
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