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Martedì 09 Ottobre 2007 16:17
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Operazione Colomba in Kossovo - Progetto


Operazione Colomba è stata in Kossovo prima e durante i bombardamenti NATO della primavera del 1999. Tuttavia, come spesso accade, finita la guerra non è tornata la pace. Cosi Operazione Colomba ha deciso di tornare. Dall'Agosto 2003 è presente nell'enclave serba di Gorazdevac, vicino Peja-Pec. Sono presenti quattro volontari in modo continuativo.


1 La prima fase dell'intervento (2003-2004)

Operazione Colomba è tornata in Kossovo su stimolo del Tavolo Trentino con il Kossovo1. L'obiettivo era facilitare l'affluenza dei serbi presso il neonato centro culturale-giovanile "Zoom", nella città di Pec-Peja. La presenza di volontari internazionali, nell'arco del mese di agosto, si stava delineando, dopo un prima fase di difficoltà, come un buon modo di aggregare i ragazzi serbi e creare le condizioni per l’incontro con i coetanei albanesi attraverso le attività del centro “Zoom”. Anche da parte albanese le cose stavano evolvendo bene. L’episodio, del 13 agosto 20032 che causò la morte di due ragazzi serbi e il ferimento di altri cinque, bloccò tutte le attività di incontro e ha peggiorato la situazione riportandola sul campo a quella del ‘99.

La presenza estiva doveva essere una presenza limitata, un intervento che andava a sostenere un'azione già in atto, ma già alla fine di agosto (dopo i fatti del 13 agosto), si delineava l’importanza di un azione più ad ampio raggio con una presenza fissa che si andava ad inserire nel tessuto dell’enclave per poter entrare meglio nelle dinamiche conflittuali e fungere da elemento di contatto fra le comunità, oltre che da elemento per una lettura approfondita della situazione. In linea con questi obiettivi, ma anche confortati dalla condivisione della vita con la gente, si era proposto ad un gruppo di ragazzi albanesi di Peja, e uno di ragazzi serbi dell’enclave di avviare un piccolo gruppo di discussione sul tema dell'esperienza dei civili in zone di conflitto, al fine di raccontare loro altre situazioni di conflitto e l'esperienza personale di alcuni volontari dell’Operazione Colomba. Lo scopo primario era quello di favorire una visione critica sulla situazione conflittuale del Kossovo. Quando sembrava vicino l’incontro fra le due parti, il 17 marzo 20043 disordini diffusi in tutto il Kossovo hanno nuovamente peggiorato la situazione.

L’equipe di Operazione Colomba ricevette, il 18 marzo, il suggerimento, da parte dell’amministrazione internazionale ad interim Unmik, di abbandonare l’area. La scelta di non lasciare il villaggio da parte dei volontari è stata letta dalla popolazione come un piccolo segno di speranza, nel momento in cui si preparava l’evacuazione di donne e bambini. A più riprese nei mesi successivi si è potuto capire quanto il “rimanere” avesse aumentato la fiducia della popolazione civile nei confronti dei volontari di Operazione Colomba.

Dopo quasi un anno, nel Giugno 2004, era chiaro che la strada da percorrere era quella della creazione di un percorso strutturato di elaborazione e analisi del conflitto. Nell'estate 2004 si organizzò a Ohrid, in Macedonia, il seminario “Ritorno al dialogo”4 che aveva lo scopo di far incontrare persone che avevano interesse a discutere e a confrontarsi sui fatti di marzo. L’incontro di Ohrid, che coinvolse 5 ragazzi di Goraždevac e 5 di Peja-Peć, ebbe successo e rafforzò nei ragazzi la volontà di affrontare un percorso più strutturato che approfondisse le questioni del conflitto kossovaro. Questo percorso, strutturato in varie tappe e precisato nei contenuti e metodi, è stato proposto ai due gruppi e avviato. Il percorso vede come protagonisti da una parteun gruppo albanese, aperto ad altre minoranze (egiziani e bosniaci), che ha come riferimento geografico la città di Peja e dall'altra un gruppo serbo dell’enclave di Gorazdevac. Entrambi i gruppi sono espressione di varie realtà e modi di pensare e sono composti da circa una decina di persone ciascuno.

1 Tavolo tematico formato da diverse associazioni trentine, promosso e finanziato dalla Provincia Autonoma di Trento.

2 Il 13 agosto del 2003 un discreto numero di ragazzi e bambini serbi si trovavano nei pressi del fiume alla periferia dell’abitato. Verso le ore tredici uno sconosciuto ha aperto il fuoco con un fucile automatico verso un gruppo di ragazzi che stavano ai bordi dello specchio d’acqua, uccidendone due e ferendone cinque, dei quali uno gravemente. Uno degli uccisi era Ivan Jovović, di diciotto anni, che aveva partecipato a quasi tutte le attività di “Zoom” e del “Tavolo”. L’altro ucciso si chiamava Patko Dakić e aveva dodici anni. Nella confusione che si è venuta a creare dopo il fatto un automobile, con a bordo uno dei feriti più gravi, ha lasciato l’enclave alla volta della città senza scorta. La macchina, nell’intenzione del conducente, si stava recando presso gli stabili “Zastava” che fino a poche settimane prima ospitavano una caserma della Kfor italiana e anche un piccolo ospedale militare da campo. Il conducente, ignorando il trasferimento della struttura militare, è arrivato nella zona del mercato e, avendo in seguito capito l’errore, cercava di spostarsi nella zona di Belo Polije, dove è ora sistemata la nuova base Kfor con il relativo ospedale, ma avendo una targa jugoslava ed essendo rimasto bloccato sulla strada dalla mancanza di carburante, è stato bloccato dalla folla e aggredito nonostante all'interno dell’auto ci fosse uno dei feriti. L’uomo e il ferito sono stati salvati dall’intervento della Kfor e della polizia kossovara. I serbi di Goraždevac lamentano inoltre l’insufficiente intervento sanitario operato dai medici kossovaro-albanesi dell’ospedale di Peja-Peć dove tutti i feriti e le salme sono state trasferite in un primo momento. I feriti sono stati in seguito trasferiti presso l’ospedale militare di Prizren e presso quello civile di Kos. Mitrovica–Mitrovicë Nord. Il più grave e poi via via tutti gli altri sono stati trasferiti in un secondo momento all’ospedale militare di Belgrado. I cadaveri dei due uccisi hanno atteso a Peja-Peć che i medici kossovaro-albanesi e poi quelli serbi giunti da Belgrado eseguissero l’autopsia.

3 Il 16 marzo 2004 l’annegamento di due bambini albanesi nei pressi del villaggio di Çabra nella municipalità di Kos. Mitrovica-Mitrovicë ha dato il pretesto per la violenza. Pare che i due bambini si fossero buttati nel fiume Ibar, perché inseguiti da alcuni civili serbi, che avevano sguinzagliato i cani anche se la notizia è stata in parte smentita in seguito. Gli scontri sono iniziati a Kos. Mitrovica-Mitrovicë, città simbolo della divisione (a nord ci stanno i serbi e a sud gli albanesi), ma la violenza è dilagata in tutto il Kossovo. Il risultato è stato una forte protesta contro l’amministrazione internazionale Unmik e contro i serbi che ormai da anni vivono chiusi in enclaves. Le manifestazioni del 17 marzo 2004 hanno notevolmente deteriorato la situazione anche nell’area di Peja-Peć seppur siano durate solo un giorno. Le strade della città sono state bloccate dai manifestanti nel primo pomeriggio ed il palazzo sede dell’amministrazione Unmik è stato «assediato»; alcune auto ONU sono state date alle fiamme, dopo di che la massa è andata verso l’abitato di Belo Polije dove i 32 abitanti e ospiti serbi sono stati evacuati dai soldati della Kfor non senza difficoltà. Il bilancio a fine giornata era pesante: un manifestante kossovaro-albanese ucciso dalle forze di polizia internazionale, 12 kossovari-serbi feriti, numerosi manifestanti feriti, 25 case ricostruite danneggiate e bruciate, tre auto U.N. bruciate. In altre aree del Kossovo le manifestazioni sono durate più giorni con un bilancio ben più grave: circa trenta morti, un migliaio di persone cacciate dalle proprie abitazioni, decine di chiese ortodosse danneggiate o distrutte.

4 Il seminario fu organizzato insieme all'Associazione per la pace.

 

 



 
 
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