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PALESTINA/ISRAELE

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La politica israeliana di insediamento in Cisgiordania

Il mio primo checkpoint PDF Stampa E-mail
Martedì 18 Luglio 2017 17:41

Palestina/Israele

Era uno dei pomeriggi che preannunciano l'inizio della stagione estiva: il caldo era abbastanza torrido e l'afa ben controbilanciata da una leggera brezza. Io e C. stavamo riprendendoci da un accompagnamento di due o tre orette con i pastori di Tuba (un villaggio palestinese situato dietro la colonia di Ma'on), infatti, se non ricordo male, eravamo “spiaggiate” in modo scomposto sui divani di casa e stavamo tessendo le lodi ai dolci mangiati la sera prima. La conversazione si interruppe ai primi squilli del telefono: primo segnale d'allarme.
C. risponde, inizia a fare una trafila di domande e quando la persona all'altro capo del telefono risponde affermativamente a "fi muskile?" (ci sono problemi?), si palesa l'emergenza.
Nel giro di due minuti sono sulla soglia della porta con la chiave inserita nella serratura e mentalmente verifico di avere tutto l'occorrente per l'emergenza: "Cappello:si. Cellulare:si. Passaporto:si. Macchina fotografica? no, dai Nura svegliaa". Apro velocissima la porta, prendo la Lumix ed esco correndo verso C. che mi ha già distanziata di un bel po'.
E' il mio primo checkpoint.
Quando arriviamo sul posto due jeep di soldati hanno bloccato l'unica stradina che conduce al villaggio di Mufaqarah, già fermato la prima macchina palestinese e ammanettato i due giovani che erano a bordo. Oggettivamente la loro situazione non è felice: il conducente aveva si e no sedici anni e il veicolo era senza targa.
C. si dirige nel bel mezzo dell'azione e inizia a parlare con la famiglia dei due giovani che è accorsa e che si trova circondata dai soldati. Quest'ultimi pomposi e solenni sorvegliano la macchina, rinfacciando ai palestinesi il potere al quale, ingiustamente, sono sottomessi.
Io, seguendo il protocollo di Operazione Colomba, rimango discosta dal fulcro dell'azione e mi sistemo lungo la strada. Ero calma e stavo riprendendo la discussione che C. stava avendo con i soldati in difesa dei due giovani, quando due soldati, probabilmente seguendo il loro di protocollo, lasciano il gruppo e si avvicinano a me. Alti e ben piazzati iniziano a elargirmi una serie di sorrisetti abbastanza provocatori. Io mi ripeto come un mantra:"rimani concentrata, rimani calma, sii pacifica"; probabilmente era il mantra sbagliato perché il fastidio inizia a salirmi dallo stomaco. Non saprei come altro definire l'emozione, se non con la parola "fastidio": era quel tipo di sensazione che ti sale quando l'insegnante gratta il gesso sulla lavagna o quando sfreghi una forchetta sulle pentole di alluminio.
La mia condizione non è di certo migliorata quando uno dei due soldati ha iniziato a fissarmi; il mio stato d'animo è cambiato freneticamente durante i minuti in cui decisi di dargli corda: lo stupore ha lasciato il posto alla rabbia e allo smarrimento che è stato, poi, sostituito dall'orgoglio; ed è con l'orgoglio di chi pensa di "combattere" per la giusta causa che ho deciso di sostenere lo sguardo.
Sbagliato. Dice un passo della Bibbia, non ricordo quale: "Davanti alla rovina c'è l'orgoglio e davanti alla caduta lo spirito altero", e un altro ricorda:"La superbia andò a cavallo e tornò a piedi".
E furono proprio i piedi che mi fissai quando la situazione si risolse: ero sbalordita dalla mia inaffidabilità. Intraprendendo una battaglia con gli occhi del soldato, avevo dato priorità a me e alla mia voglia di far capire all'altro di essere in torto. Ma la domanda che dovevo pormi in quei momenti era: "ma tu chi sei e perché sei qui?".
Fu C. a rispondere ai miei interrogativi. Primo: sei qui per i palestinesi, per sostenerli e non per mettere ancora più pressione in una situazione già disastrata di per sé. Secondo: never trust the occupation. Sii pronta ad affrontare le sortite che l'occupazione tende ai palestinesi, sia a quelle con cui si prende gioco della tua debole psiche. Estote parati.

 
 
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