Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso Stampa
Lunedì 07 Settembre 2015 16:28

Palestina/Israele

In questo periodo passato qui, che mai avrei pensato essere così di crescita come invece è, mi domando come spiegarti tutto questo, quello che ho dentro e quello che siamo noi, quello che ci circonda.

"Come stai?", lo stare e il sentire...
Mi sento utile pezzetto di un cammino molto più grande che vede coinvolte queste persone ogni giorno della loro vita da moltissimi anni.

Se non ci fossi stata io, ci sarebbe stato qualcun altro? Certo, sì. Ma sono felice di esserci io, di scegliere con loro la via nonviolenta in ogni momento speso fuori insieme.

"Mangiate bene lì?", i sapori...
Sto assaporando il gusto di un obiettivo chiaro e distinto, che ti spoglia di molto e ti lascia più leggero.
Non c'è frenesia, solo si mettono tutte le energie nel motivo per cui si è qui, nel compito che abbiamo.
Sto assaporando il gusto della libertà, di azioni libere che lasciano libera di essere te e l'altro.
Sto assaporando il gusto del condividere ore e ore di pastorizia, di capre e pecore che brucano, le lunghe chiacchiere a volte logorroiche dei pastori e i loro silenzi infiniti con gli sguardi discretamente all'erta.
Assaporo, e lascio depositare il gusto giù, in fondo, tra budella e cuore, per capire... quanto sia buono per me.

"Ma la casa com'è?", i bisogni...
Un giorno è successo che l'acqua corrente è finita e per un poco siamo andati avanti solo con quella del pozzo.
Vivere in condivisione credo abbia amplificato in maniera forte la rabbia nata nell'assistere allo sradicamento da terra di un semplice tubo nero che approvvigionava d'acqua alcune famiglie in un villaggio a noi vicino.
Condividere la quotidianità rende più semplice condividere l'ingiustizia.

"Dormi bene la notte?", il sonno..
Dopo quasi una settimana passata a dormire in un villaggio di beduini con 8 strutture sotto ordine di demolizione, andando a letto con l'oggettiva possibilità di svegliarsi all'albeggiare con dei bulldozers in arrivo...
Mi trovo di fronte al pianto di un'anziana donna di 85 anni e non vi so rispondere. Un pianto che nell'immediato parla di un senso di abbandono nei suoi confronti, ma che con sguardo più profondo vede decenni di insicurezza, senso imminente di demolizione, ma anche di distruzione in senso più ampio.
Davanti a questo pianto sbattutomi in faccia ho sentito la forte ingiustizia che gocciolava dal suo viso. L'occupazione che prende ogni spazio vitale, che arriva ad occupare perfino gli spazi mentali, riempendoli di tristezza e paura.
E lo svegliarsi la mattina senza nulla di accaduto e fare insieme colazione è un Hamdulillah tanto grande quanto la continua presenza di occupazione che per stanotte ha risparmiato il villaggio, ma domani chissà...

Come il bambino della canzone di De André,
"Sognai talmente forte che mi uscì il sangue dal naso":
La notte stessa mi è salita la febbre a 39°.
Vedere in così poco tempo un pezzo di umanità sì grande mi ha dato una bella botta. Umanità nel senso di uomo che si scopre nella sua natura più essenziale e vera.
Non posso che abbracciarla e lasciarla fermentare dentro ancora a lungo, darle tempo perché venga fuori con migliore intensità, che vada più al di là di quello che riesco a fare finora.
E scrivendola, provare a condividerla con te, chissà che i Perché non vengano sostituiti a poco a poco da tentativi di Risposte da dare ad altri.

Cip