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Martedì 11 Aprile 2017 19:28

Libano/Siria

In uno dei primi giorni di primavera ci troviamo in tenda, a Tel abbas.
L'inverno sembra essere alle spalle, così come il freddo e il fango invadente nelle strade. Qualcuno bussa alla porta, apriamo ed entra Abu Suliman, un uomo di Homs.
Ha lo sguardo malinconico, rivolto lontano oltre il confine, nelle terre dove è ancora inverno nei cuori degli uomini.

"Guardate qui". Ci racconta di un attacco con gas darin a Khan Sheikkun, cittadina a circa due ore di macchina dalla nostra posizione nel nord Libano.
Due ore distanti come secoli. Nel suo cellulare vedo foto orribili, bambini posati uno sopra all'altro, in posizioni agghiaccianti. Gli occhi sbarrati e un colorito pallido sulla pelle. Qualcuno ha la bava bianca che scende dalla bocca.
Gli occhi sono ancora pieni di terrore, una violenza al cuore e alla mente di qualunque osservatore. Abu Suliman parla a scatti, calibrando parola per parola, senza esagerare e senza fretta nell'esprimere quello che sente.
"Come si può uccidere dei piccoli esseri umani in questa maniera?".
Dalla sua bocca non escono parole di odio, ma di profondo dolore, lo stesso che si sente quando un amico sta morendo e tu non puoi fare niente per impedirlo. Una fitta lancinante, che ti spacca.
Il giorno trascorre lento con incontri e visite, verso sera sento una voce che mi chiama da fuori: "Se non hai niente da fare esci un attimo, ho bisogno di parlarti". Fuori dalla tenda, vicino al portico della scuola di legno trovo Abu Abdallah a capo chino, in una posizione che gli ho già visto assumere quando deve affrontare argomenti spinosi, che lo disturbano.
Si alza, mi guarda e inizia: "Non si può andare avanti così, come può l'Europa con i suoi governi non reagire, come fa l'America a tentennare di fronte a tutto questo. Dove sono i popoli liberi, la gente della libertà?. Questo è un massacro, sono anni che veniamo colpiti, feriti, uccisi dal nostro stesso Governo".
Ha la voce che trema per l'emozione, non si capacita, vorrebbe reagire e urlare al mondo il suo sdegno e il suo disgusto per quello che sta avvenendo nella sua terra.
Un grido che vorrebbe spaccare le pietre. Rialzando lo sguardo su di me conclude: "Qui hanno tutti le mani sporche di sangue, chiunque non contrasti tutto ciò ne è complice".
Vorrei dargli rassicurazioni sul fatto che questa volta sarà diverso, che la reazione della comunità internazionale sarà dura, ma mi rendo conto che non sarà così. Guardandomi intorno noto che siamo solo io e lui, sotto un cielo di stelle, in una notte particolarmente silenziosa. Un uomo e un ragazzo faccia a faccia, in mezzo tutto il male del mondo.
Prima di andare a dormire visitiamo una coppia giovane, con tre bambini, mentre siamo con loro le televisioni rimandano a nastro immagini destinate a rimanere nei libri di storia.
Mando un messaggio vocale ad un ragazzo e ad una donna vedova, entrambi originari di Khan Sheikkun. Gli chiedo con poche parole come stanno e se hanno notizie dei loro cari in Siria. La donna mi risponde con voce rassegnata e quasi automatica: "Sì è vero c'è stato un attacco, sono anni che il mio villaggio viene bombardato sotto una pioggia di missili, sono morti tanti innocenti". L'altra persona a cui avevo chiesto notizie mi risponde con voce spezzata: "Sono morte più di 70 persone, questi sono i nomi, la maggioranza sono famiglie". Mi faccio tradurre con fatica i nomi e parola per parola ci rendiamo conto che interi nuclei sono stati distrutti, soffocati da un gas che ti chiude la gola e ti brucia. Al Yussef è il nome di una delle famiglie che ha contato più martiri, andrebbe inciso su un monumento, andrebbero piantati ulivi secolari in loro memoria.
"Se esiste un Dio, non è lui ad essere responsabile verso di noi ma siamo noi a esserlo verso di lui". Lo scriveva nel 1943 Etty Hillesum, in un Diario destinato ad essere letto a generazioni di distanza. In questa notte scura e silenziosa, di cui non si intravede la fine, salga dai nostri cuori una preghiera di resistenza.

 

Ale

 
 
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