Aprile 2015

SITUAZIONE ATTUALE

E' difficile per noi volontari di Operazione Colomba, riuscire a dare una descrizione netta e precisa della cornice generale in cui si son svolti i fatti di Aprile.
Innanzitutto perché aprile in Israele è stato un mese di transizione in cui dopo le elezioni, le varie parti politiche uscite vincitrici, si sono confrontate e accordate per la formazione del nuovo governo Netanyahu. Su questo fatto, nonostante il buon risultato della lista araba, si è registrato un notevole spostamento verso destra dei voti: questo preoccupa non poco i palestinesi con cui condividiamo la violenza giornaliera dell'occupazione israeliana, dal momento che il partito di maggioranza, il Likud (partito di destra) sta saldando i suoi legami con i partiti di destra estrema, nazional-religiosa. come il Beita Yahudi, noto sopratutto per la sua posizione antiaraba, razzista e fortemente a favore dell'espansionismo coloniale in Cisgiordania. La nostra preoccupazione è che la direzione intollerante e sempre più chiusa in sé stessa di Israele, possa portare a una nuova escalation di violenza, viste anche le passate dichiarazioni fatte da alcuni membri di Beita Yahudi.
La seconda ragione che ci porta ad avere difficoltà a descrivere questo mese, passato con un numero ridotto di volontari, è che, dopo diversi anni di attacchi,, intimidazioni, arresti, percosse subite, campi devastati, i palestinesi delle colline a Sud di Hebron sono riusciti a lavorare ai propri raccolti senza grosse interferenza da parte delle forze di occupazione.
Consci del fatto che in questa terra ai periodi di quiete si susseguono picchi estremi di violenza; consapevoli del fatto che questo momentaneo rilassamento delle tensioni dirette sulla popolazione di Tuwani non può essere scambiato né per Pace, né per Giustizia (finché l'occupazione illegale dei territori non sarà terminata), noi volontari sul campo non possiamo che rallegrarci per il raccolto riuscito anche in zone ad alto rischio o proibite negli anni scorsi (come la valle di Khelly, o la valle di Meshaha): i contadini sono riusciti a terminare il lavoro e a raggiungere un obiettivo non scontato, soprattutto dopo anni di sofferenza e di resistenza.
Non vogliamo raccogliere frutti prematuri, né tantomeno pensare che l'occupazione stia volgendo al termine: infatti in altre zone della Palestina le forze d'occupazione israeliane hanno portato morte e violazioni. Allo stesso tempo non vogliamo dimenticare la gente di Gaza che ancora sta pagando un prezzo altissimo dovuto all'ultima guerra e alla situazione di assedio.
Tuttavia ci sembra anche giusto esultare e condividere con voi per questo mese primaverile che ha dato nuova linfa ai resistenti delle Colline a Sud Hebron.

CONDIVISIONE E LAVORO

Un timido sole comincia a trasformare le valli e le creste che da un verde acceso, deciso e spavaldo, quasi accecante, diventa pian piano un mare gravido di luce gialla e serena. Le famiglie cominciano a prepararsi al raccolto, giornate intere da passare nei campi a testa china, a strappare il grano alla terra, che diventerà cibo per le pecore, sperando di riuscire a portarlo a casa prima che qualche colono lo bruci, o che qualche soldato venga a dichiarare "zona militare chiusa", costringendo a lasciare marcire le spighe.
Bisogna fare in fretta perché le piogge sono state abbondanti ("Hamdulillah-Grazie a Dio") e i campi aspettano di essere rimessi a riposare.
I capifamiglia fanno i loro calcoli, cercano di capire su quale terreno è meglio cominciare, se vicino all'avamposto o più distante, dove il grano è pronto ma in zone assolutamente insicure o dove è verde ma al riparo (vacillante) dall'occupazione? Di pari passo con la fretta di finire, va l'ansia e la paura di essere interrotti, o pestati, o arrestati.
Escono presto la mattina, i palestinesi, alle 6 accendono il trattore, caricano figli, mogli, pane, cibo e acqua, passano davanti alla casa della Colomba e cominciano a suonare il clacson insistentemente, svegliandoci, col passare dei giorni (e con l'avvicinarsi alle zone più pericolose) la nostra "sveglia-palestinese" si sposta sempre indietro di 10 minuti: alla fine del periodo del raccolto passano a suonarci alle 5 e mezza.
E' un modo di dire: "Guardate che sappiamo che siete dormiglioni, intanto noi andiamo, appena potete arrivate, mi raccomando". E quindi caffè, scarpe, zaino in spalla e si esce con tutta le gente. Arriviamo sui campi vicino Havat Ma'on che ancora l'aria mattutina è fresca e il momento è il migliore per lavorare senza farsi ammazzare dal caldo. Ogni tanto diamo una mano a raccogliere e subito diverse spine si conficcano nelle nostre morbide mani europee: i Palestinesi ridono di noi, il clima è conviviale ma teso e bisogna stemperarlo: ci si prende in giro, si fatica, si suda, ma con gli occhi e le orecchie sempre tese al minimo rumore che viene dall'avamposto. Per fortuna i coloni non si vedono e i militari, quando vengono a provare a mandar via o infastidire, non vengono ascoltati. La grande e antica  pazienza contadina ha la meglio sull'arroganza di giovani armati di mitra. Il ritmo della terra è più forte di quello degli uomini.

R-ESISTERE - ESPULSIONI...

Non vogliamo con questo report piangere su noi stessi, o avere il ruolo di vittime inascoltate, togliendo spazio a chi subisce giornalmente la brutalità dell'occupazione.
Ma un fatto avvenuto in questo mese di raccolto, merita di essere raccontato: ad un nostro volontario, un ragazzo che da tempo ha deciso di dedicarsi con passione al progetto Palestina-Israele, è stato negato l'accesso e rimpatriato dopo 14 ore, di cui 6 passate in cella.
Questa espulsione ci ha fatto fare fatica perché contavamo di averlo sul campo con noi, a condividere il periodo del raccolto. Ci ha fatto fare fatica perché non è il primo e non sarà neanche l'ultimo dei volontari della Colomba a essere rimandato a casa.
Ci ha fatto fare fatica perché a ogni volontario internazionale espulso o con l'accesso negato, corrisponde un maggiore isolamento sia per i Palestinesi, sia per gli Israeliani.
L'occupazione e la difficoltà nell'affrontarla, anche per noi volontari, a volte si infila nella nostra testa come un muro che separa i sogni dalle possibilità di realizzarli. Ma noi continueremo a infilarci nelle crepe finché non saranno brecce.