Burin – Violenza dei coloni

Siamo fuori dalla zona che è appena stata dichiarata area militare chiusa, fissiamo i militari dall’altro lato della strada e ci assicuriamo che Abu Salem possa continuare a raccogliere le olive nel suo uliveto.
Improvvisamente un rumore forte alle nostre spalle. Mi giro di scatto.
Non faccio in tempo a realizzare che quello che ho appena sentito è uno sparo che inizio a correre seguendo gli altri.
Ci fiondiamo nella macchina che inizia a sfrecciare sulle vie del villaggio di Burin e non appena rallenta saltiamo letteralmente fuori dall’abitacolo con ancora il motore acceso.
Entriamo nell’uliveto e corriamo verso le grida che sentiamo in cima alla collina.
Non so dove sono, non so verso cosa sto correndo, non so cosa aspettarmi ma continuo a correre.

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Bruqin - Coordinamento e violenza dei coloni

È il primo giorno della raccolta delle olive.
Farah ha aspettato questo giorno per un anno.
Per un anno non ha fatto altro che cercare di ricordare i suoi ulivi, l’odore della terra, il sole che all’alba filtra tra i rami dei suoi alberi secolari e possenti.
Per un anno ha sperato che il suo campo non venisse vandalizzato dai coloni di Bruchin, la colonia appena fuori dalla sua terra.
Sono tutti all’opera: suo fratello, i suoi quattro figli e suo marito.
Ogni tanto Farah lancia un occhio ai militari lì vicino.
Sono quattro, nelle loro divise verde cachi e con i loro M-16 ben stretti a sé.
Sono tutti vicino alla jeep e non mostrano il minimo interesse per ciò che li circonda.
Farah non è tranquilla.
I militari sono lì per proteggerli dai coloni in caso di bisogno.
Lei lo sa.

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Al Hadidiya – Sfruttamento delle risorse idriche nella valle del Giordano

Un furgone in movimento.
Taniche che sbattono ad ogni buca.
Il copricapo tradizionale sulla testa.
Abu Saqr si avvia per fare rifornimento d’acqua per la sua famiglia e il bestiame.
Primo checkpoint.
Si ferma.
Controllo dei documenti.
Riparte.
Secondo, terzo checkpoint.
Di nuovo.
Soldati che si avvicinano, ispezionano il veicolo, controllano i barili uno ad uno, scrutano il volto dell’uomo.

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Firing zone ed esercitazioni militari

Amira apre gli occhi.
È notte, ma fuori da quelle quattro mura che chiama casa, qualcuno urla.
È una fredda notte di dicembre, le coperte la avvolgono come un fagotto, quando vede la porta di casa aprirsi con violenza.
Amira conosce quei volti.
Li incontra ogni giorno, nella strada verso scuola, nelle valli poco distanti, vicino all’avamposto che sorge a pochi metri da casa sua.
Conosce quei soldati che urlano a lei e alle sue sorelle, a sua madre e a sua nonna, di alzarsi.
Cercano armi, qualcosa che hanno perso quel giorno, ed accusano i palestinesi di averle nascoste nelle loro case.
Suo padre, poco dietro, cerca di allontanarli, mentre sua madre cerca qualcosa per coprirsi il capo.
Lì, nella stanza dove lei e le altre donne hanno sempre dormito, Amira non ha mai avuto paura.
Non prima di quella sera.

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Colline a Sud di Hebron - Demolizioni

È un giorno come gli altri. Colazione attorno al fuoco e poi via di corsa zainetto in spalla. Aissa è scattante come sempre. E come ogni mattina, la sua parlantina tiene compagnia agli altri bambini nel percorso verso scuola.
Suona la campanella. Aissa si unisce in classe ai suoi compagni. Sorride al maestro, penna alla mano già pronto a seguire la lezione. Le gambe penzolano da una sedia troppo alta per la sua piccola statura e faticano a rimanere ferme.
Terminate le lezioni, Aissa corre verso casa pregustando già la libertà pomeridiana.
Ma lo spettacolo che lo accoglie quel giorno è diverso dal solito.
I suoi occhi sorridenti in un attimo lasciano spazio ad uno sguardo perso, confuso. Si lascia cadere lo zaino dalle spalle.
La sua casa non c’è più. Al suo posto, un cumulo di macerie.
Il bambino si china tra i detriti ed inizia a raccogliere quei pochi giocattoli che riesce ancora a trovare integri.

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