H. sostiene che camminare scalzo per un'ora al giorno lo aiuti a pensare e che dovrebbero farlo tutti. E così è arrivato davanti all'uscio di casa nostra l'altra sera: scalzo e con mille pensieri che gli frullavano in testa.
"H. biddak gaua?" (H. vuoi del caffè?)
"Fi?" (C'è?)
"Fi, fi" (c'è, c'è - ...per te sempre).
Dopo 10 minuti di silenzio ed una sigaretta H. ha iniziato a parlare, guardandomi dritto negli occhi; in mano un bicchierino di carta ricolmo di caffè.
Ha parlato dei sacrifici fatti per portare avanti un progetto in cui crede fino al midollo.

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In questi giorni ho assistito al mio primo matrimonio palestinese ed è un evento che difficilmente dimenticherò.
Qui i matrimoni durano 3 giorni e sono caratterizzati da musica, balli e tanto cibo; in una parola, festa!
È solo alla fine dei tre giorni di festeggiamenti che gli sposi vengono riconosciuti come tali.
Il passaggio in moschea per la firma dei documenti viene fatto anche un paio di settimane prima, alla sola presenza degli sposi e dei loro genitori, senza venire particolarmente valorizzato.
Qui il matrimonio viene visto come un’unione tra persone, senza l’elemento religioso tipico del matrimonio cristiano, celebrato in chiesa.
Le famiglie degli sposi festeggiano separatamente: noi siamo stati invitati come parte della famiglia “allargata” dello sposo, che festeggia in quella che poi sarà la casa della coppia.

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Le olive cadono sul telone verde brillante.
Piccoli tonfi come quando si sta in tenda, e fuori piove.
La terra intorno agli ulivi è piena di erbacce e cespugli: si può venire qui solo un giorno all'anno quindi la terra rimane incolta. Gli altri giorni, senza il coordinamento con l'esercito, è troppo pericoloso.

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Com’è possibile che nella notte la gente venga svegliata da urla e rumori di persone che corrono verso le loro case lanciando sassi contro tutto e tutti?

Questo è successo la notte scorsa, quando un numero imprecisato di coloni israeliani provenienti dall'avamposto illegale di Havat Ma’on ha fatto irruzione nel villaggio palestinese di At-Tuwani. Villaggio che porta avanti l’ideale della resistenza nonviolenta.

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Tra le visite fatte in questi giorni, siamo stati a trovare una famiglia del villaggio di Qarara che è tornata a vivere nella casa semidistrutta dai bombardamenti israeliani, perché non avevano nessun altro posto. In casa troviamo Mohammed, 9 anni, paralizzato su una sedia a rotelle. Non vede non sente e non parla. Un altro fiore di Gaza, come quelli incontrati 15 anni fa. Un altro fiore che vive solo di un po' di liquidi che passano da una cannuccia. Non c'è corrente, il tetto fatto di lamiere e fa molto caldo. Mohammed è lì e suda. Poi arriva sua sorella a salutarci, con una cicatrice sulla testa che va da orecchio a orecchio.

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