Ho conosciuto la vedova in un momento di dolore.
Le sue rughe profonde le solcavano il viso.
La fatica era su tutto il suo piccolo corpo.
Di fronte alle macerie della sua casa mi ha servito il tè, mentre teneva per mano un paio di bambini.
Aveva finito di costruirla da poco più di tre mesi, non so quanto ci sia voluto per farla, ma purtroppo so che sono bastate poche manciate di minuti per demolirla.
La cisterna dell'acqua era ribaltata.
I pannelli solari che le davano energia elettrica erano stati portati via.
Era rimasta la sua grotta e un metro quadro di cemento su cui far scivolare le lacrime, la polvere, la rabbia.
Una settimana dopo sono tornata nel suo villaggio.

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Il 20 aprile, nel villaggio di At-Tuwani, alla fine di un'azione nonviolenta, soldati israeliani hanno aggredito e arrestato un ventiduenne palestinese di Youth Of Sumud, senza specificarne il motivo.
Successivamente, dopo aver dichiarato il luogo "zona militare chiusa", i militari hanno inseguito ed arrestato un attivista israeliano e due volontarie di Operazione Colomba.
Quest'ultimi sono stati rilasciati la notte stessa dopo essere stati interrogati.
Il giovane palestinese invece ha subito un processo ed è stato rilasciato, dopo il pagamento di una cauzione, ieri notte.

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Era dal mio arrivo a Tuwani che sentivo parlare delle chiamate notturne di un certo signor M.
Una delle mie prime sere, dopo che ci eravamo messe a dormire, suona il TeamPhone.
B ci avvisa che serve una persona che vada con lei a controllare le luci del signor M.
Cerco di mettere a fuoco, qualcun altro per fortuna era più sveglio di me e va fuori con B.
Il giorno successivo mi raccontano che il signor M chiama spesso perché vede delle luci durante la notte, vicino casa sua.
Tuttavia quando noi volontari arriviamo lì, le luci non vengono quasi mai viste.
Ci saranno davvero queste luci?
Ma soprattutto, sono un pericolo?
Quanto vicine sono?
Le chiamate notturne hanno sempre un certo peso.

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Eccomi qui, di nuovo in Italia.
Pensavo di aver trovato gli strumenti giusti per gestire anche questo ritorno dopo mesi in Palestina. Eppure, è sempre così difficile tornare alla propria quotidianità, sentirla ancora parte di sé.
Così, mentre sorseggio il mio spritz e rido con gli amici, arriva un messaggio. “G. è stato arrestato”.
Bruscamente ti senti sdoppiare, vivere due vite parallele che non sembrano avere nessun legame.
In una vorresti solo urlare per l’ennesima ingiustizia che colpisce le persone a cui tieni.
Nell’altra, continui a bere quello spritz e non capisci più se per assuefazione al dolore che quasi non provi nulla dopo un primo dispiacere.
E le cattive notizie ti arrivano ogni giorno.
Le leggi e chiudi il telefono per riprendere la routine quotidiana.
Trovi stratagemmi per provare a riportare la testa nel tuo presente.

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Chissà se ti sei mai chiesto cosa voglia dire essere in mezzo a decine di persone e sentirti lo stesso solo.
Chissà se ti sei mai chiesto cosa voglia dire abituarsi alla violenza fin da quando sei bambino.
Chissà se ti sei mai chiesto cosa significhi continuare a cercare l’uscita del labirinto consapevole comunque che questo sia blindato.
Chissà se ti sei mai chiesto cosa significhi andare a letto vestito, pronto a proteggerti qualora un mostro bussasse di nuovo alla tua porta.
Chissà se ti sei mai chiesto cosa significhi sentirsi costantemente controllati, ogni tuo passo, ogni tuo respiro, ogni tua caduta.
Chissà se ti sei mai chiesto cosa significhi non sentirsi mai al sicuro, anche nel tuo villaggio, nella tua casa o nel tuo letto sotto le coperte.

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