Era dal mio arrivo a Tuwani che sentivo parlare delle chiamate notturne di un certo signor M.
Una delle mie prime sere, dopo che ci eravamo messe a dormire, suona il TeamPhone.
B ci avvisa che serve una persona che vada con lei a controllare le luci del signor M.
Cerco di mettere a fuoco, qualcun altro per fortuna era più sveglio di me e va fuori con B.
Il giorno successivo mi raccontano che il signor M chiama spesso perché vede delle luci durante la notte, vicino casa sua.
Tuttavia quando noi volontari arriviamo lì, le luci non vengono quasi mai viste.
Ci saranno davvero queste luci?
Ma soprattutto, sono un pericolo?
Quanto vicine sono?
Le chiamate notturne hanno sempre un certo peso.

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Eccomi qui, di nuovo in Italia.
Pensavo di aver trovato gli strumenti giusti per gestire anche questo ritorno dopo mesi in Palestina. Eppure, è sempre così difficile tornare alla propria quotidianità, sentirla ancora parte di sé.
Così, mentre sorseggio il mio spritz e rido con gli amici, arriva un messaggio. “G. è stato arrestato”.
Bruscamente ti senti sdoppiare, vivere due vite parallele che non sembrano avere nessun legame.
In una vorresti solo urlare per l’ennesima ingiustizia che colpisce le persone a cui tieni.
Nell’altra, continui a bere quello spritz e non capisci più se per assuefazione al dolore che quasi non provi nulla dopo un primo dispiacere.
E le cattive notizie ti arrivano ogni giorno.
Le leggi e chiudi il telefono per riprendere la routine quotidiana.
Trovi stratagemmi per provare a riportare la testa nel tuo presente.

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Chissà se ti sei mai chiesto cosa voglia dire essere in mezzo a decine di persone e sentirti lo stesso solo.
Chissà se ti sei mai chiesto cosa voglia dire abituarsi alla violenza fin da quando sei bambino.
Chissà se ti sei mai chiesto cosa significhi continuare a cercare l’uscita del labirinto consapevole comunque che questo sia blindato.
Chissà se ti sei mai chiesto cosa significhi andare a letto vestito, pronto a proteggerti qualora un mostro bussasse di nuovo alla tua porta.
Chissà se ti sei mai chiesto cosa significhi sentirsi costantemente controllati, ogni tuo passo, ogni tuo respiro, ogni tua caduta.
Chissà se ti sei mai chiesto cosa significhi non sentirsi mai al sicuro, anche nel tuo villaggio, nella tua casa o nel tuo letto sotto le coperte.

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È la sera della vigilia di Natale e camminiamo tra le strade buie di Tuwani, stiamo andando a cena dalla giovane S. e dalla sua famiglia.
“È proprio buio” penso, le luci dalle finestre mi fanno immaginare le vite tra quelle mura e la routine di ogni famiglia, ripenso a chi ho lasciato in Italia e provo un po’ di nostalgia.
Sarà che sono passate alcune settimane dalla mia partenza, sarà che penso alle feste in famiglia, ma per la prima volta mi si stringe un po’ il cuore.
Il tragitto è breve, fortunatamente, non ho tempo per pensarci troppo.
Quando S. ci apre la porta, veniamo tutte investite dalla luce calda della sua casa.

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A. sorride mostrandoci con orgoglio la terra della sua famiglia in lontananza di fronte a noi.
Con la sua risata contagiosa, ci indica il posto in cui è nato ed era solito giocare da bambino.
A. non può più tornare su quella terra.
Ora lì spuntano i palazzoni grigi della colonie e poco più in là, Tel Aviv.
Oggi il muro separa e divide una terra che prima si estendeva libera fino al mare.
Il muro si impone con veemenza, seguendo una linea volutamente non regolare.
Delinea spazi, non solo fisici, ma mentali.
Un "fuori" e un "dentro" in cui è facile perdersi.

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