Wadi Auja - Accesso alla terra

Nonostante la bufera che sembra si stia per abbattere, Mariam imperterrita prende il gregge e affida i suoi quattro marmocchi alla figlia più grandicella.
Sente proprio il bisogno di una boccata d’aria in mezzo a quelle urla di bambini moccolosi e scalzi.
Si incammina per Wadi ‘Auja con la sua bambina di pochi mesi in braccio.
Ha un sorriso meraviglioso.
Arriva nella valle dove i pastori dell’area sono soliti pascolare.
Neanche un chilometro più in là si estende Omar Farm, l’avamposto illegale da dove provengono i guai.
Il cielo sorprendentemente si schiarisce.
Arrivano altri pastori, si radunano per bere un tè.
Poi ecco che qualcosa guasta l’atmosfera bucolica.
Arrivano i soldati.
Le donne si guardano, quasi per farsi forza a vicenda mentre i soldati smontano dalla jeep.

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“La banalità del male” è stato il primo libro che ho letto una volta tornata.
Per anni era stato lì sulla libreria a guardarmi, al mio ritorno in Italia il suo momento è arrivato… a volte penso che fosse l’unico libro possibile dopo l’esperienza in Palestina.
Ripenso ad un episodio in Khelly, con un soldato: lui mi tendeva la mano per aiutarmi a scendere in strada dalle rocce, mentre il collega strattonava il pastore e gli metteva le fascette alle mani.
Quanto può essere subdolo un sistema - quanto possiamo essere subdoli noi nel seguirlo - se ti permette di riconoscere qualcuno come umano e qualcuno come inesistente?
Come poteva quel soldato insistere nell’aiutarmi senza vedere che proprio lì accanto c’era un uomo ammanettato e strattonato ingiustamente?
Io valevo una mano tesa in aiuto, il pastore non valeva nemmeno uno sguardo.

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Villaggio di Az Zawiya – Checkpoint agricoli

Abu Sameer esce di casa, avvolto dall’oscurità si incammina per le viuzze della sua città.
Man mano che procede, si affiancano a lui altri concittadini.
Sono le 5 della mattina, la città è ancora silente. Solo i lavoratori procedono in quella che è una routine di saluti, sbadigli, attese, imprecazioni, ingiustizie, solidarietà.
Un cammino tra città e boscaglia per arrivare al gate, quella stretta porta di ferro che gli permette di andare dall’ “altra parte”.
C’è già gente radunata, in attesa. Lavoratori, operai per la maggior parte.
Ma ci sono anche molti contadini, come Abu Sameer, a cui quella recinzione impedisce di prendersi cura della propria terra liberamente.
L’orario di apertura del gate è alle 6. Ma dipende un po’ dal volere dei soldati. A volte ritardano qualche minuto, a volte ore. Intanto i lavoratori attendono, d’inverno sotto una pioggia scrosciante.
Arriva la jeep militare. Scendono due soldati e si posizionano a destra e a sinistra del gate.

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Villaggio di Az Zawiya - Espropriazione della terra

“Talla (guarda)! Vedi quelle rovine laggiù?” chiede Amir.
“Lì sono nato e cresciuto. Tutta quella terra è della mia famiglia”.
Il vento soffia forte quasi a restituire la fierezza di quelle parole.
Amir guarda dalla collina quella terra, ora così lontana da lui. Una jeep militare pattuglia la strada aldilà della recinzione con il filo spinato. Si sentono voci in ebraico, e macchinari in funzione provenire dalla cava.
Amir si lascia sfuggire la sua solita risata contagiosa.
“Da bambino mi avvicinavo sempre alla cava per giocare”.
Torna il silenzio. Amir non può più tornare su quella terra.
Ora lì spuntano i palazzoni grigi delle prime città israeliane e poco più in là, Tel Aviv.
Un muro di protezione, per alcuni, da un mondo considerato ostile che ci si rifiuta di vedere e conoscere; per altri, una gabbia che si fa pian piano più stretta e opprimente.
Oggi il muro separa e divide una terra che prima si estendeva libera fino al mare.
Il muro si impone con veemenza, seguendo una linea volutamente non regolare. Delinea spazi, non solo fisici, ma mentali.
Un "fuori" e un "dentro" in cui è facile perdersi.

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Mancano due giorni, a quando ti saluterò ancora una volta.
Ti ho incontrato per la prima volta un anno fa, ed è nata una di quelle storie d'amore che si vedono nei film: i tuoi campi, le tue colline piene di verde e i sorrisi della gente che mi hanno accolto qui, dove pensavo che avrei fatto un’esperienza di tre mesi, ma che è diventata Casa.
Eri strana, mia Palestina, soprattutto agli occhi di chi non ti aveva mai visto, e mai aveva compreso delle tue incoerenze, se non quelle lette nei libri.
Vidi il muro che ti avevano costruito attorno, con strisce di sabbia ai suoi lati per controllare che nessuno vi si avvicinasse, e filo spinato alla sua cima, e mi chiesi perché l'uomo avesse deciso di dividersi dai suoi simili, con quella barriera.

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