Dicembre 2014

SITUAZIONE ATTUALE

Dicembre, mese di freddo e piogge. I profughi siriani in Libano, con i quali condividiamo le giornate e le notti nel campo di Tel Abbas, si stanno preparando alla meglio per affrontare l'inverno che ha cominciato ad affacciarsi, con qualche pioggia torrenziale e un netto abbassamento della temperatura. Gli aiuti umanitari cominciano a scarseggiare, così chi ha la stufa deve razionare al massimo il combustibile, per potersi assicurare un po' di tiepido nella tenda prima di dormire. Chi invece la stufa non ce l'ha, deve arrangiarsi in qualche maniera, vestendosi con strati in più (se i vestiti ci sono) e dormendo attaccato agli altri famigliari di notte. Anche gli aiuti per il cibo cominciano a diventare un problema: la famiglia di R. per esempio, a novembre ha ricevuto 45000 lire libanesi per le provviste mensili (circa 20 euro), mentre per dicembre sono scese a 30000 lire libanesi. La vita nei campi e nei garage si fa sempre più difficile e complicata.

Nel frattempo il conflitto siriano, sempre meno guerra civile sempre più conflitto internazionale (che vede coinvolti gli interessi di Turchia, Iran, Iraq, Libano, Arabia Saudita, Israele, Stati Uniti), non sembra diminuire di intensità: per tutto il mese di dicembre sono continuati i combattimenti di terra tra le forze direttamente coinvolte (regime di Assad e Hezbollah da una parte, Isis, Jabat al Nussra, Esercito libero, Pkk curdo, anche se non tutti alleati tra loro, dall'altra), i bombardamenti americani, i vari aiuti ai combattenti delle varie fazioni da parte di Turchia, Iran, Libano e Paesi europei (tra cui l'Italia).
La triste cifra che meglio fa comprendere il risultato di questo ingarbugliato conflitto, in cui e' chiaramente in corso un ridisegnamento dei confini di Siria e Iraq (e di conseguenza degli assetti politici delle potenze regionali e internazionali; interessante questa analisi pubblicata da Nena-news.it) e' la stima dell'ONU delle vittime del 2014: 76000 morti solo quest'anno (fonte Al Jazeera)
Quello che fa più impressione a noi volontari di Operazione Colomba, e' che mentre le forze in campo non sembrano intenzionate a far cessare le ostilità tanto presto (ma anzi perpetrare lo status quo di belligeranza), la comunità internazionale fatica sempre di più a prendersi cura delle quasi 3,8 milioni di persone scappate dalla guerra (stima di Amnesty International): sembra sempre più astratta la possibilità di ritorno alle proprie case per loro. Quello che ci ripetono i Siriani con cui viviamo e' “In questa guerra quello che non e' detto, e' che sia normale il fatto che noi non torneremo più a casa”.
Questo e' il sentimento che respiriamo nei vari campi che monitoriamo settimanalmente: il sentire che questa gente, scappata alla morte per cercare sicurezza nel Paese nemico, e' privata tacitamente del diritto a ritornare e reclamare la propria terra, e' privata del diritto di vivere nel proprio Stato.
Gli Stati Europei, ad eccezione di Germania e Svezia, non hanno dato disponibilità ad accogliere i profughi, ma bensì a fornire armi alle parti in lotta. Buttando benzina ad un incendio che già ha bruciato e brucerà ancora migliaia di vite.  
Un' ottima analisi ci viene fornita dal report dettagliato di Amnesty Ineternational: clicca qui per consultarlo.

Nel frattempo in Libano la situazione sembra reggere: nonostante il 25-30 per cento della popolazione e' composta da profughi siriani, e quindi in un futuro ormai vicino si dovrà affrontare un problema sociale, i casi di violenza sono stati pochi.
La tensione e' però salita alle stelle per i soldati libanesi rapiti il mese scorso da Jabat al Nussra, con minacce ricorrenti da parte del gruppo armato di ucciderli a fronte dell'arresto eseguito dal governo libanese di una delle mogli e del figlio di Al Baghdadi, il califfo a capo dell'Isis.

CONDIVISIONE E LAVORO

Nel mese di dicembre i volontari di Operazione Colomba si sono spostati in maniera stabile a dormire al campo profughi di Tel Abbas, tenendo aperto però il garage agli incontri con i libanesi cristiani che ancora non si fidano ad entrare nel campo. Nonostante le diffidenze e le paure (sia dei libanesi verso i siriani che viceversa) abbiamo notato che la rete di rapporti costruita nei mesi scorsi, sta cominciando a de-costruire e ad erodere il clima di tensione che si respirava tempo fa: sempre più siriani ci chiedono di inoltrare le loro richieste di aiuto ai libanesi, e sempre più libanesi, incuriositi dal fatto che degli italiani vivano nel campo profughi nel loro comune, sono venuti a trovarci per parlarci al garage. Abbiamo anche avuto la possibilità di essere accolti dai libanesi cristiani che ci hanno invitato a casa loro per cena in più occasioni, soprattutto dopo i momenti di preghiera.
Su una cosa concordano i libanesi e i siriani: la nostra presenza e' d'aiuto per scongiurare problemi ed episodi di violenza. Su questa strada abbiamo cercato di camminare durante il mese di dicembre, ossia incontrare libanesi e siriani, non già per dare un colpo al cerchio e uno alla botte, ma bensì per abbattere preventivamente il muro della diffidenza e dell'ignoranza sull'altro, il diverso. Muro che sta alla base della paura e della violenza. A volte ci sembra difficile renderci conto dell'efficacia della nostra azione di fronte a una situazione disastrosa e apparentemente senza soluzioni nonviolente. I momenti di scoramento si ripetono e la fatica psicologica di avere sempre la mente lucida e costruttiva sfianca. Tuttavia la forza arriva quando meno te lo aspetti e cosi e' stato a Natale quando V., un libanese cristiano, ha voluto fare dei doni a tutti i bambini del campo profughi del “suo” paese: nei giorni precedenti ci ha contattato, e' venuto al campo, ha parlato con i genitori dei bambini musulmani sulla possibilità di portare una festività cristiana in un campo musulmano. I genitori hanno accettato, entusiasti, e così, il 23 dicembre noi volontari, V., e i padri dei bambini ci siamo messi a impacchettare tutti insieme i regali. Sicuramente questa non e' l'idea di Pace che abbiamo noi, quella delle pacche sulle spalle e del “scordiamoci il passato” (i siriani hanno invaso il Libano, e in questa zona hanno ammazzato tanta gente): crediamo però che la Pace debba essere costruita giorno dopo giorno, con il dialogo e la disponibilità, e non una tantum, perché e' Natale. Piccoli passi come questo non sono sicuramente la soluzione alla violenza, ma se coltivati e fatti crescere, possono diventare l'antidoto più potente alla guerra e alla discriminazione.  

L'SMS dell'ONU...

Uno degli episodi che maggiormente ci ha colpito, e' stato il racconto di H., moglie di Abu Sleyman, che vive in quello che noi affettuosamente chiamiamo il “condominio”, un edificio fatiscente dove la sua famiglia (9 persone) mangia e dorme in una stanza 8x3 metri.
H. ci racconta che quando ha ricevuto il messaggio dall'UNHCR che le comunicava che per dicembre non avrebbe ricevuto aiuti per il cibo e' svenuta per strada.
H. ha 50 anni, e' una donna forte, tira avanti la famiglia da sola e sembra che niente possa abbatterla. Lavora nei campi per mantenere la famiglia, ha il marito che non cammina, un figlio con una scheggia di bomba nell'occhio e una forza e gioia di vivere attraversata da una vena di dolore.
Soffre di cuore e quando il medico le ha detto che non deve avere preoccupazioni e dolori, lei si e' messa a ridere e sdrammatizzando ha detto che con la sua vita non vede perché dovrebbe essere preoccupata...