Tempo di volare

Seduta su una pietra, fuori dalla nostra tenda, guardo in silenzio i bambini che giocano.
Alcuni fanno a gara a chi è più veloce, usando due tricicli impolverati; altri, i più tranquilli, disegnano con le dita sulla terra; due o tre bambine saltano la corda mentre cantano una filastrocca un po' in arabo e un po' in francese.
Mi avvicino.
Sono stati giorni impegnativi e passare del tempo con i più piccoli mi aiuta a ritrovare le energie e a sorridere.
A. mi vede, mi fa una linguaccia, corre verso di me e mi dice "tayyara!", "aereo", vuole che lo prenda sulle spalle, come ormai è diventata un'abitudine.
Non appena iniziamo a correre per il campo, facendo finta di volare, urla una sola parola: Siria.

È sicuro, è lì dove vuole andare, nella sua casa grande in Siria, anche se mi dice che adesso è proibito.
Probabilmente A., che ha solo 5 anni, non capisce bene il significato di questa parola, né riesce a comprenderne il motivo ma, nel suo cuore puro di bambino, è sicuro che un giorno, lui e la sua famiglia torneranno a casa, nella sua casa, mi ripete, "perché la Siria è bellissima"... ed ecco che, prepotentemente e senza nessun preavviso, mi ricade addosso il peso della settimana appena passata: davanti a me vedo gli occhi grandi e così espressivi di chi ci racconta di aver perso un figlio solamente il giorno prima; vedo chi si passa le mani sul viso stanco mentre, con rassegnazione, ci fa sapere che, per poter pagare l'affitto, ha dovuto vendere la carta del cibo; vedo una bambina, avvolta nella sua copertina rosa, così piccola ma così bisognosa di cure mediche troppo costose; vedo noi volontari impegnati in lunghe telefonate con ospedali e responsabili dell'UNHCR e soprattutto, vedo tante persone che, nonostante tutto questo, rimangono in piedi e lottano, sperando in una vita migliore.
In una quotidianità dignitosa.
Mi tornano gli occhi lucidi e la stretta allo stomaco, così frequente in quest'ultimo periodo, fatto di una tristezza mista a rabbia che ancora devo imparare a gestire.
Sì, perché A. non ha neanche mai visto il posto di cui mi sta parlando e questo è uno di quei momenti in cui davvero realizzo che, probabilmente, non lo vedrà mai.
A. mi guarda, leggermente incuriosito, gli brillano ancora gli occhi; scaccio via i pensieri, non è questo il momento, mi dico.
Adesso è tempo di volare.

Irene