Libertà

Senza che io me ne accorgessi, queste montagne sono diventate un paesaggio familiare.
A casa mia non c’è niente di simile, nessun minimo accenno di collina o altura.
Era un paesaggio nuovo, appena arrivata qui.
Finché non ho realizzato che adesso le cerco con lo sguardo, ogni volta che esco dalla tenda.
Dall’altra parte delle montagne c’è la Siria: così vicina e così estesa.
Siria.
La inizi a conoscere dai racconti delle persone, di cui è sempre la protagonista, da quelli drammatici a quelli dolci e nostalgici, fino ai più leggeri e alle barzellette.
Poi inizi ad averne più chiara la geografia, i nomi dei quartieri, dei villaggi.
Li associ alle facce delle persone con cui vivi, fino ad arrivare a riconoscere gli accenti, i modi di dire tipici di ogni zona.
Protagonista indiscussa ed allo stesso tempo irraggiungibile, diventa quasi un luogo irreale, che esiste solo nei cuori e nelle menti dei profughi.

Finché quelle montagne non le attraversi, in pieno inverno e con la neve, e tutti quei racconti prendono forma all’improvviso, con il vento freddo che soffia forte sulla faccia.
Tutto si materializza davanti ai tuoi occhi, e non c'è posto caldo che possa fare da riparo.
Manca quasi sempre la corrente e non ci si sente mai davvero al sicuro da sguardi indiscreti.
Né fuori, né dentro. Camminiamo tra le macerie delle case distrutte dei nostri amici, delle persone a noi care.
Respiriamo il clima di paura e di controllo, la calma che è frutto della repressione, del terrore di parlare.
Nessuno qui ci chiede “How are you”, eppure siamo visibilmente gli unici stranieri nella zona e non passiamo certo inosservati, ma nessuno osa parlare con noi.
Non sono mai stata totalmente in pace con il Libano, piccolo, contraddittorio e caotico Paese in cui mi ritrovo a vivere da un annetto per stare al fianco dei siriani.
Ma quando si è avvicinato il momento di ripassare la frontiera, di ripassare le montagne, non ero mai stata così felice di tornarci.
Un sospiro di sollievo, una forte sensazione di libertà ritrovata.
Walid piangeva quando ci ha rivisti, quando gli abbiamo raccontato della sua città.
Gli abbiamo chiesto il nome del suo quartiere, e, mentre lo diceva, abbiamo subito realizzato che in mezzo alla distruzione che avevamo visto e fotografato c’era anche casa sua.
C'erano i suoi ricordi più cari e più drammatici, più intimi, c'erano la vita e la morte di suo figlio e di suo fratello.
I nostri amici adesso sono qui, sono vivi.
Ma la sensazione di libertà dura poco quando ricomincia la vita da profughi, in tutta la sua durezza, quando la violenza del Libano ricomincia ad infierire sui più deboli, gettando benzina su chi già brucia dalla disperazione.
Lo abbiamo visto negli occhi e nelle parole di Hassan, ventiduenne che ha vissuto solo la guerra, e poi l’isolamento ed il razzismo.
Un giorno all’alba i soldati hanno svegliato tutta la gente del campo in cui vive, arrestando lui e tutti i maschi, compreso chi aveva i documenti regolari.
Mentre lo raccontava, ci scagliava addosso tutta la sua rabbia e la sua insofferenza.
È un ragazzo ferito nel profondo, che cova dentro di sé voglia di riscatto, insieme alla rabbia che lo corrode fino alle espressioni del volto.
Lo abbiamo visto nelle lacrime di Umm R., quando hanno arrestato suo marito per venti giorni perché non ha i documenti regolari, quando è stata umiliata dai soldati che, con l'arroganza di chi detiene il potere, l'hanno trattata con sufficienza, facendole vedere il marito tramite una doppia porta blindata.
Qui se sei siriano subisci: umiliazioni, soprusi, ingiustizie.
La tua dignità viene calpestata giorno dopo giorno, la tua pazienza messa a durissima prova, come per vedere fino a che punto un essere umano riesce a sopportare.

Da una parte le montagne e dietro di esse la Siria, dall'altra il mare e l'orizzonte.
Anche il mare -quello si, che mi è familiare e caro- anche lui diventa una prigione quando sei siriano qui.
Perché non lo puoi attraversare, perché nel farlo potresti morire.
E allora resti qui, nel limbo, a lottare.
Per la vita, per tenerti stretta quella dignità calpestata, che nessuna violenza riuscirà a strapparti via.
La tieni chiusa dentro di te insieme alle cose più care, insieme magari a quella pietra nera che i tuoi amici italiani ti hanno portato dalle macerie della tua città.
E se siamo qui insieme, vuol dire che i nostri destini così diversi si sono incrociati, le nostre vite si sono mischiate e fuse inestricabilmente.
E che, insieme, qualcosa di buono lo riusciamo a ricavare, anche da tutta questa sofferenza, anche fosse solo il bene che ci vogliamo.
Recentemente siamo tornati a trovare Walid, ed è stata grande festa come sempre.
Sua moglie ha preparato una torta, sopra ci hanno scritto una parola: "libertà".

P.