Rabbia, voglia di tirare un pugno a un muro.
E soprattutto chissà cosa pensa U. davanti a quella sagoma scura a puntini da cui esce la voce del marito. Dopo tutto quello che hanno passato poi...
Entrambi i genitori sono originari di Manbij, città nel nord della Siria, ma si sono conosciuti e sposati a Damasco dove lui lavorava come decoratore.
Ci fa vedere delle foto: sembrano antiche opere archeologiche per quanto son belle.
Scoppiata la guerra sono tornati dai parenti nel nord, pensando fosse più sicuro che nella capitale.
Si sbagliavano, non esiste un posto sicuro in Siria.
Nel 2016 la città è conquistata dall'Isis. U. ci racconta che anche la loro figlia, che ora ha 6 anni, era costretta a mettere il velo integrale e i guanti neri.
Scappano di nuovo.
Il marito li aspetta già in Libano dove ha trovato un lavoro a Jounieh, quartiere di Beirut.
Dal 2015 il Libano ha chiuso i confini quindi U. passa dalle montagne.

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Vivendo in un campo profughi mi viene davvero da credere nella fratellanza umana.
Nella sorte, nella vita e nella sofferenza che ci accomuna e che annulla ogni distanza.
Nella forza dell'amore che sconfigge l'odio, il razzismo, l'ipocrisia e la finzione.
Mi chiedo quando è iniziato tutto questo, quando abbiamo iniziato a non fidarci più l'uno dell'altro, a considerarci nemici.
Da quando non riusciamo più a godere della pace che infondono amicizia e amore.
Da quanto tempo i nostri occhi sono velati.

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Suona il telefono, si illumina vibrando, so già che messaggio contiene e mi viene una sensazione di nausea mista a stanchezza. Sono le dieci di sera, non posso rispondere e dare filo alla comunicazione anche a quest’ora, o non esisteranno più limiti, ne spazi personali.

Suona di nuovo, stavolta insistentemente, è una chiamata in arrivo, prefisso +961, un numero registrato in Libano, nome in caratteri arabi: Ritaj. Sicuro è Siriano, ci potrei giurare, un’altra persona che chiede di poter venire in Italia attraverso i corridoi umanitari, l’ennesima, a fronte di pochi visti a disposizione.

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Camminando per i quartieri distrutti di Homs, porti dentro una curiosità quasi morbosa su ciò che ci circonda.
Si vorrebbe capire, toccare con mano le rovine, divorare con lo sguardo, dopo anni passati a sentire racconti e a guardare foto e mappe nei campi profughi del Libano.
Poi a Homs ci si arriva per davvero, la seconda volta nel giro di un anno, a percorrere queste terre.
Il vuoto che c’è intorno però non parla, ti risucchia in un vortice dove non esiste senso, e i pensieri e i panorami sono tutti uguali.
Ti aspetti di provare qualcosa di particolare, e cammini, e fai foto in queste zone dimenticate dal mondo e devastate dalla violenza, e vai sempre più avanti, tra pozzanghere e civili in cerca di legna da rubacchiare per bruciare e riscaldarsi.
Cerchi qualcosa e non lo trovi, e ti chiedi perché.

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