Finalmente potevamo permetterci di vivere nella casa dei nostri sogni.
Si trovava fuori dal centro di Homs, la casa di famiglia, grande e spaziosa.
Dopo anni di duro lavoro come professore, mio marito aveva risparmiato abbastanza soldi per poterla ristrutturare.
Ero felice, finalmente i nostri figli avrebbero avuto spazio abbastanza per crescere felici.
Passavo interi giorni insieme alle mie sorelle a pensare all'arredamento e alle feste che avremmo potuto organizzare in quella casa.
Tutta la famiglia riunita, ci stavamo tutti.
Ricordo ancora il ripiano di marmo della cucina, era nuovo, brillava.
Avrei potuto impastare il pane e cucinare tutto il cibo che volevo in quella bella cucina.
Tutto era pronto, mancavano gli elettrodomestici, i letti e la tappezzeria.
Ricordo quella lunga discussione con mio marito.
Quel mese voleva spendere i soldi dedicati all'arredamento per comprare una piccola macchina, improvvisamente la nostra si era rotta.
Insisteva per spendere quei soldi, io arrabbiata volevo la lavatrice, i letti e i tappeti.
Volevo trasferirmi il prima possibile.
Dopo una lunga discussione aveva vinto lui.
Aveva comprato una macchina, piccola e brutta.
Ogni giorno la guardavo e mi faceva rabbia, quella maledetta automobile aveva ritardato la vita che sognavo in quella casa.
Qualche settimana dopo quella maledetta macchina è diventata la nostra casa e la nostra unica via di salvezza.

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Anwar al-Bunni, avvocato siriano per i Diritti Umani nel Processo a Coblenza

 “Una volta, in un discorso in TV, ho detto che io amo questo Paese e gli sono molto grato per avermi accolto, ma non ho nessuna intenzione di integrarmi né di imparare il tedesco. Il Perché? È molto semplice: perché io voglio tornare a casa mia, in Siria”.

Ci ha detto così Anwar al-Bunni, durante un incontro nel suo ufficio di Berlino.
La mia reazione d’istinto sarebbe stata quella di sobbalzare dalla sedia e precipitarmi a tappare le orecchie ad Abdo, che è da poco in Italia ed era lì con noi, di dirgli di non ascoltare perché lui invece la nostra lingua la deve imparare per poter avere una vita decente in Italia, trovare un lavoro ecc, ecc.
Ma dentro di me sapevo benissimo che Anwar aveva ragione, come lo sa anche Abdo, che anche da qui continua a spendersi ogni giorno per la sua gente e per il suo Paese. Perché accogliere queste persone è giusto, ma non basta e forse serve a ben poco se non accogliamo anche le loro lotte e la loro voglia di giustizia e di riscatto.

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Intorpidita:
Beirut sembra avvolta da un grigio torpore, e con lei chi la vive.
I primi giorni facciamo fatica a riconoscere la città, di solito molto frenetica e caotica.
Le strade sono svuotate e piene di vetri per terra, anche in zone molto lontane dall’esplosione.
Le persone si sforzano di sorridere, ma la stanchezza che si trascinano addosso si percepisce.
E ci contagia.
Non facciamo particolari sforzi durante il giorno, ma al rientro in casa la sera sentiamo sempre una stanchezza di cui non capiamo la ragione.
“Andiamo in giro e vediamo i segni della morte, sentiamo il suo odore. Facciamo finta che tutto questo sia normale, ma non lo è”.

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In questi giorni, come volontari di Operazione Colomba a Beirut, siamo al fianco di ragazzi e ragazze che, organizzatisi in una rete di solidarietà, portano cibo, medicine e aiuti per la ricostruzione a centinaia di persone in difficoltà e abbandonate a se stesse. Sosteniamoli!

“Questa zona era il fiore della città, il fiore nel cuore di Beirut. E guardate adesso...”.
Ci dice così un signore di Tripoli che non vede moglie e figlia da un anno, da quando è sceso a Beirut per lavorare, vivendo nello stesso posto in cui c’era il cantiere.
Il cantiere era qui davanti, a dove lo abbiamo incontrato, ora lui siede accanto a un negozietto che fa caffè e guarda l’edificio che è ancora in piedi ma ha subito grossi danni, non si sa quando potranno ripartire i lavori.
Siamo a Gemmayzeh, il quartiere dai palazzi antichi e locali notturni, siamo passati sotto la vecchia casa dove ho vissuto qualche anno fa durante il periodo universitario: rimane ancora bellissima, anche se gli infissi sono totalmente saltati, almeno la struttura resta in piedi, così come i balconi.

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