Qui i “probabilmente” non servono a niente

Io, Paola, Inès e Valerio siamo andati a Bebnine ad incontrare una famiglia alla quale da qualche giorno è morto un bimbo.
Questa era una delle famiglie che un amico siriano, la settimana prima, ci aveva chiesto di incontrare, per capire se avevano bisogno di qualcosa o anche solo per conoscerle.
L’avevamo scritta nella lista delle visite da fare, con il pensiero che con il tempo le avremmo fatte tutte ritagliando dello spazio tra le mille cose da fare e la frenesia di certe giornate al campo.
Entriamo in casa, il clima è pesante.
La mamma si asciuga gli occhi continuamente, è molto bella, ha le lentiggini e il viso giovane.
Il padre è inginocchiato sul pavimento e guarda fisso per terra.
Il bimbo aveva sette mesi ed è morto all’ospedale di Tripoli.
La mamma ci racconta che da giorni aveva vomito e diarrea, loro non avevano i soldi per fare nulla.

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Il diritto all’ultimo saluto

Stamattina mi sono alzata con il chiasso dei bambini che giocavano accanto alla tenda.
Esco fuori e inizio a giocare un po’ con Rayan, ad un certo punto Ire si affaccia dalla porta e mi chiede di entrare un attimo in tenda.
Ancora confusa dalla sveglia incasinata entro, c’è una coppia in ginocchio davanti al tavolino, Ire mi dice che non ha capito bene cosa stiano dicendo, parlano di un ospedale e un bambino, ma sia io che lei l’arabo lo mastichiamo poco.
Dico alla coppia che non sappiamo bene la lingua, la mamma ha gli occhi rossi.
Con l’aiuto di un amico arabo iniziamo a parlare con loro: il figlio, di 42 giorni, è morto ieri all’ospedale governativo di Halba, la mamma parla di problemi alla testa, troppo ossigeno.

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Nulla di quello che ci eravamo immaginati

Rabbia, voglia di tirare un pugno a un muro.
E soprattutto chissà cosa pensa U. davanti a quella sagoma scura a puntini da cui esce la voce del marito. Dopo tutto quello che hanno passato poi...
Entrambi i genitori sono originari di Manbij, città nel nord della Siria, ma si sono conosciuti e sposati a Damasco dove lui lavorava come decoratore.
Ci fa vedere delle foto: sembrano antiche opere archeologiche per quanto son belle.
Scoppiata la guerra sono tornati dai parenti nel nord, pensando fosse più sicuro che nella capitale.
Si sbagliavano, non esiste un posto sicuro in Siria.
Nel 2016 la città è conquistata dall'Isis. U. ci racconta che anche la loro figlia, che ora ha 6 anni, era costretta a mettere il velo integrale e i guanti neri.
Scappano di nuovo.
Il marito li aspetta già in Libano dove ha trovato un lavoro a Jounieh, quartiere di Beirut.
Dal 2015 il Libano ha chiuso i confini quindi U. passa dalle montagne.

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La Proposta di Pace dei profughi siriani all'UE - 20 marzo 2019

Presentata al Parlamento Europeo a Bruxelles, lo scorso 20 marzo 2019, la Proposta di Pace dei profughi siriani in Libano.

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Come vento che passa fra i rami

Vivendo in un campo profughi mi viene davvero da credere nella fratellanza umana.
Nella sorte, nella vita e nella sofferenza che ci accomuna e che annulla ogni distanza.
Nella forza dell'amore che sconfigge l'odio, il razzismo, l'ipocrisia e la finzione.
Mi chiedo quando è iniziato tutto questo, quando abbiamo iniziato a non fidarci più l'uno dell'altro, a considerarci nemici.
Da quando non riusciamo più a godere della pace che infondono amicizia e amore.
Da quanto tempo i nostri occhi sono velati.

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