Non siamo profughi PDF Stampa E-mail
Martedì 09 Febbraio 2016 09:55


Ti racconto in breve come è cominciata e come sta andando la faccenda dei Canali Umanitari.
In questi ultimi anni abbiamo vissuto con i profughi siriani nel campo di Tel Abbas e Bebnine, sopportando insieme il freddo, il vento, il caldo, la sabbia, la mancanza di dignità della situazione: un carico di dolore che nessuno dovrebbe portare.

Insieme abbiamo anche coltivato la piccola e indispensabile pianta della speranza che...

Prima interruzione, entra nella tenda in cui sto scrivendo A. R.
Quelli delle ONG sono pazzi, hanno portato delle coperte sottili come lenzuoli e ora vogliono che li ringraziamo, a noi servono pesanti, per il freddo.
Mi mostra un disegno: una persona è caduta in un fosso profondo, un'altra, da fuori tende il braccio per aiutarla ma non ci arriva, la buca è troppo profonda. Fuori dal fosso c'è una scala, prendendola si potrebbe far uscire il prigioniero.
Abu Rabia mi spiega che il prigioniero è la Siria e la persona fuori dal fosso è il mondo che vorrebbe fermare la guerra...
Cosa è quella scala secondo te A. R.?
La scala è il fatto che non si vuole mandare via il regime.

Ricomincio a raccontare.
Dicembre 2014, incontriamo Lorenzo Trombetta, giornalista dell'ANSA e nostro amico, ci racconta che dei profughi che sono al campo di Tel Abbas, essendo sunniti, forse nessuno potrà tornare a casa: il governo sta costruendo case da assegnare ad altri sulle macerie di quelle distrutte, se volete un consiglio, dice Lorenzo, provate a salvarne il più possibile, facendoli uscire dal Libano.
Ad aprile scorso contatto Mario Giro, allora Sottosegretario agli Esteri, per raccontare della situazione senza via d'uscita dei profughi con cui viviamo; lo avevamo conosciuto per chiedere suggerimenti su una situazione in Colombia qualche anno fa. Dobbiamo provarci, mi dice.
Consiglia di sentirmi con la Comunità di S. Egidio, che stava allora tentando di aprire un Canale Umanitario dal Marocco e in prospettiva in Libano per i cristiani che scappavano dalla Siria.

Seconda interruzione, smetto di scrivere perché entra in tenda un ragazzo, non lo conosco, gli chiedo da dove viene e cosa vuole.
Mi chiamo I., ero un calciatore, ho saputo che vivete qui, devi venire a Tel Mayan, un'ora da qui, a vedere dove vivo, non ho più nessuno, se vedi la tenda in cui dormo ti metterai a piangere.
Mi lascia il numero di telefono, tra due giorni lo andrò a trovare.

Ricomincio con la storia dei canali umanitari.
Il segretario di S. Egidio, Cesare Zucconi, nel maggio del 2015 viene a vedere il nostro campo, provando a pensare a coma aiutare le persone che ci vivono, esplorando anche la possibilità di trovare un modo di farle andare in Germania. Un mese dopo, in estate, l'esercito libanese inizia una ondata di sgomberi che caccia dalle proprie tende migliaia di profughi siriani intorno a Tel Abbas ed è ora chiaro, anche in seguito alle nuove leggi del gennaio 2015 che rendono impossibile registrarsi come profughi, che non c'è nessun futuro per i siriani in Libano.
Alcune persone del campo in cui viviamo prendono contatti per il viaggio in mare verso la Turchia e poi l'Europa, non avendo soldi gli viene proposto di fare gli scafisti. Tanti profughi che conosciamo partono, attraverso messaggi e whatsapp raccontano dove sono. Di alcuni sappiamo che muoiono per mare, uno è un parente di un vicino di tenda...

Terzo stop: entra in tenda R.
Vieni a salutare A. S., è in tenda da me... non mi piace che te ne stai in tenda da solo a scrivere. Cosa scrivi?
Scrivo proprio quello che stai dicendo adesso.
E chi lo legge?
Alcuni in Italia...
Scrivi allora che non mi piace che qualcuno sia solo, sono stato tanto da solo senza padre e madre da bambino e penso che anche tu senza moglie e figli ti senti solo, vieni a scrivere in tenda da me...
In tenda i figli di rami vogliono giocare e il gioco consiste nel mordermi le dita dei piedi, la cosa mi rende difficile scrivere... e si aggiunga che arriva T., un amico libanese a trovarci, mi fermo a guardare che fa amicizia con le persone con cui viviamo, due mondi entrano in contatto.
Certi giorni sono intensi come una vita intera, o forse io sono fortunato, non so.

Ricomincio da dove mi sono fermato, intanto fuori piove come se non ci fosse un domani, meglio questi tuoni che quelli dei missili russi di ieri, mi fa notare B.
Allora: nell'estate 2015, insieme a S. Egidio e alle Chiese Evangeliche si valuta di fare cominciare il Canale Umanitario proprio con i profughi siriani con cui viviamo in Libano, per evitare il viaggio in mare e dare una possibilità di futuro, che qui non c'è.

Nuova interruzione: A. R. mi mostra la foto di quello che resta della sua casa ad Homs, macerie... anche R. mi fa vedere sul telefono foto di macerie che sostiene essere quel che rimane di casa sua.
Tu hai visto la Siria solo da lontano, mi dice, io ho vissuto nella guerra e per questo voglio andare via, anche dal Libano, voglio pace per la mia famiglia.

Basta, fatemi finire di spiegare: immaginando le attività necessarie per aprire un canale umanitario diviso in diverse parti, possiamo dire che il lavoro per ottenere dal Governo italiano i visti è stato fatto da S. Egidio con le Chiese Evangeliche, come pure i contatti con le forze di sicurezza libanesi.
Il viaggio vero e proprio verrà finanziato dall'8 per mille delle Chiese Evangeliche; il lavoro in Libano con i profughi e in Italia per accogliere questo primo gruppo da Operazione Colomba, con i suoi volontari; l'accoglienza da famiglie e strutture di Caritas di Torino, Reggio Emilia e Trento più la Provincia Autonoma di Trento.
Spero di avere reso l'idea.

Non sono un profugo, mi dice Y., sono un essere umano e per vivere ho bisogno di umanità, qui non ce n'è.
E In Italia?
Speriamo...

E' sera ormai, ho cominciato a scrivere stamattina alle 10, nel frattempo una volontaria se ne va perché la madre è in gravi condizioni di salute, la salutiamo insieme, siriani, libanesi ed italiani, ci vedremo in Italia, inshalla, se dio vuole.
Ci vedremo un giorno in Siria, dice B., è il suo saluto ogni volta... inshalla, se dio vuole...
pausa di silenzio, forse neppure dio, come gli uomini, sa fermare questa guerra.

K

 
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