Se mi penso e agisco come individuo non sono sufficiente,
mi trovo a scendere, a senso unico, ad un compromesso dopo l’altro.
In alternativa la morte mia o delle persone che amo.

L’unica risposta, forma di resistenza, al sistema di violenza è collettiva:
è richiesta di giustizia, riconoscimento, promessa di non ripetizione,
rifiuto dell’individualizzazione.

Se mentre cerco di soddisfare le necessità materiali
non mi volgo a seguire degli ideali
rimane l’arido sé
in una vita che obbedisce o impone di obbedire a ordini con la violenza
o, sull’altra sponda dell’oceano, in una piatta, funzionante, funzionale esistenza
nella placida fortezza Europa:
trappole senza uscita.

Quindi mi lascio penetrare, nel profondo di ogni fibra,
dalla responsabilità che non schiaccia
ma che è benedizione
di sentirmi parte dell’umanità,
questa tumultuosa, vibrante, a volte zoppicante umanità.

Erica

Vivere immersi nella natura. Desiderare una quotidianità in un paradiso terrestre, pieno di terra fertile, alberi, animali, acqua. Vita.
Dove ci sono abbastanza risorse per tutti, per vivere più che dignitosamente, seguendo lo stile di vita campesino, fatto di duro lavoro, umiltà e contatto con la Terra. Senza giorni di ferie, di malattia, senza datori di lavoro, ma con la sola responsabilità di raccogliere quello che si è lavorato. Duro lavoro iniziale, che poi, negli anni, potrà venire ricompensato.
Ecco, questo non è possibile, perché sotto questo paradiso apparente, nel nord-ovest della Colombia, si nasconde l’inferno. Un inferno ormai presente da un tempo lunghissimo, conseguenza di un conflitto sanguinoso che affligge il popolo di questo Paese da decenni.
Un conflitto che diversi attori, stranieri e non, anche complici di una diabolica logica del profitto, hanno e continuano a perpetuare, soffiando sul fuoco della violenza.
E’ così che una comunità, una famiglia, un padre, una madre, un figlio, non sono liberi di vivere come vorrebbero a causa delle minacce, dirette e indirette, perpetrate dai gruppi armati illegali, la cui presenza si rende sempre più palese e visibile, anche attraverso azioni di arruolamento di nuovi elementi e appropriazione dei terreni circostanti.

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Se libertà significa
ubriacarsi allo stesso tavolo di corrotti e assassini,
libertà non è quello che voglio.
Io cerco l’autonomia
di scegliere che cosa sia giusto
di discernere e nominare l’ingiusto
di pensare e agire sulla base della memoria.
Se libertà significa
comprare un apparire nuovo al prezzo di essere schiavo,
libertà non è quello che voglio.
Io cerco l’autonomia
nel seminare varietà autoctone, che sanno moltiplicarsi
nel coltivare quello di cui mi nutro
nel disporre al meglio del mio tempo.
Se libertà significa
ricevere denaro in cambio di vincoli e oblio,
libertà non è quello che voglio.
Io cerco l’autonomia
per immaginare e costruire un futuro differente.
In questo mondo di parole fragili
riflettere e riconoscere significati condivisi
è accendere luci.

Erica

Ciò che importa è la vita.
La vita viene prima di tutto.
Anche quella di chi ha tradito la fiducia,
se ne è andato,
ha rubato,
consegnato informazioni a corrotti e violenti,
collaborato con gli assassini di coloro a cui camminava al fianco,
minacciato di morte
e si è dichiarato disposto a uccidere.
Prima della vendetta.
La vita viene sempre e comunque prima di tutto,
Anche se questo significa mettere a rischio la propria.

Erica

La fine del corpo di José Heliberto Guerra David1
27 marzo 1997

Un corpo animato che semina manioca

Un corpo assassinato

Un corpo travestito di abiti mimetici e fucile

Un corpo incolpato come falso positivo per vantaggio personale e strategia generale

Un corpo minaccia che agli altri sarebbe stato fatto lo stesso

Un corpo rubato

Un corpo offerto caro al padre (300 mila pesos) che non si può permettere di riavere

Un corpo pretesto per assassinare anche lui se fermato ad un posto di blocco di gruppi armati illegali

 Un corpo privato della consolazione

 Un corpo gettato fra altri in un anonimo luogo della città

 Un corpo perduto, negato

 Un corpo ricercato, desiderato, mai dimenticato.

 Chi di competenza si rifiuta di setacciare l’area della fossa comune in cui si suppone si trovi.

Ad oggi non è stata fatta alcuna giustizia.

Erica


1 Javier Giraldo Moreno, Fusil o Toga, Toga y Fusil, 2010, p 37