Viaggio in Darfur

 Contesto Storico-Politico del Conflitto

Tra il 2002 e il 2003 gruppi ribelli del Darfur cominciano ad organizzare azioni contro il governo per ottenere maggiore autonomia per la regione. La strategia del Governo in questa fase è quella di dividere il fronte degli oppositori e trasformare così il conflitto in uno scontro interno tra le varie tribù promettendo, alle fazioni arabe dei ribelli, armi, mezzi di trasporto, denaro, terre e posti di potere. Musa Hilal, leader arabo musulmano della tribù dei Masiria, fornisce ai ribelli della sua tribù armi da fuoco provenienti dal quartier generale dell'esercito sudanese. Con tali armi il fondatore del gruppo dei Janjawid (“i disturbatori”) consente l'avvio di una serie di attacchi alle altre tribù, africane musulmane sudanesi, che sfociano in uno scontro aperto tra i vari gruppi.

 

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Per tutta risposta, i gruppi ribelli rappresentanti delle tribu non-arabe si organizzano per combattere, oltre che contro l’esercito, anche contro gli ex-alleati; per farlo, ricevono supporto economico e di armi da parte dei governi di Paesi limitrofi (sicuramente Ciad, ma si parla anche di Repubblica Centrafricana e altri).

E’ all'interno di tale contesto che il Governo Sudanese rafforza nella regione la presenza dell'esercito, a stragrande maggioranza arabo come in ogni istituzione del Paese.

Le milizie arabe dei janjawid, con il sostegno dell’esercito sudanese, iniziano una sorta di “pulizia etnica” del Darfur, massacrando circa 200.000 persone e costringendo la popolazione nera ad abbandonare le aree rurali raccogliendosi nei campi profughi della regione e dei Paesi confinanti (sarebbero almeno 300.000 tra Ciad e Repubblica Centrafricana).

Tra i gruppi ribelli, che pure sarebbero uniti nella lotta all’esercito e ai janjawid, scoppiano continui scontri legati allo sfruttamento delle risorse fondamentali (acqua e terre), circostanza che di fatto, oltre e piu’ che indebolire la resistenza, rende quasi impossibili l’individuazione di un leader e di una linea comune nelle poche circostanze in cui sarebbe possibile un dialogo con la controparte, e soprattutto crea, specie nelle aree rurali, un perenne contesto di instabilita’ ed insicurezza

Progressivamente si spacca anche il fronte fedele a Khartoum, insoddisfatto perche’ il governo non avrebbe mantenuto le promesse in termini di distribuzione delle terre “bonificate” dalla popolazione nera e di posti di potere (sebbene Musa Hilal sia attualmente uno dei consiglieri di prestigio del presidente), e una parte consistente torna a combattere contro il governo centrale.

SITUAZIONE ATTUALE 


In questo momento, sul territorio del Darfur sono dispiegate le forze di polizia e l'esercito sudanesi, 9000 peacekeepers dell'UNAMID (dei 26000 il cui arrivo è previsto entro fine anno), corpo misto composto da membri di ONU e UA, oltre ad un numero imprecisato di ribelli.
Secondo le ultime informazioni, sarebbero ventuno i gruppi ribelli ancora operanti in Darfur contro le forze governative "ufficiali" e le milizie Janjawid, dopo che solo un gruppo ha sottoscritto l'accordo di pace proposto dal Governo. Per gli altri, l'unica figura istituzionale dotata di legittimità sembra essere Salva Kiir, africano cristiano, vice di El-Bashir e presidente del Sud Sudan e del principale partito di opposizione.

Peacekeepers dell'Unione Africana e delle Nazioni Unite nei pressi del campo di Kalma

In realtà, gli scontri negli ultimi mesi si sono contentrati in particolari nella regione dell'Ovest Darfur, in particolare attorno alla capitale Geneina, diventata roccaforte di alcuni gruppi ribelli, mentre fuori proseguono anche in questi giorni bombardamenti dell'esercito e incursioni dei janjawid (gli ultimi episodi, venerdì 8 e sabato 9 febbraio, hanno provocato l'evacuazione di 12000 sfollati e decine di morti). Al nord e al sud, invece, si nota una forte differenzazione tra aree urbane e rurali: la vita nelle città (Nyala e Al Fasher, le due capitali, e gli altri centri maggiori) scorre relativamente tranquilla, benché tutti gli spostamenti siano strettamente sorvegliati, vigano coprifuochi e, ovviamente, le strade siano pattugliate da un numero impressionante di poliziotti, militari e “altri individui armati”. Appena usciti dalla città, però, la notevole insicurezza delle strade extraurbane, estremamente soggette ad attacchi da parte dei ribelli (probabilmente non solo), rendono molto pericoloso, anche per la popolazione civile, spostarsi da una città all'altra o raggiungere i villaggi. Particolarmente difficile è la situazione per gli operatori delle NGO: nel 2007 150 camion di aiuti umanitari sono stati “sequestrati” (uno su sei), nel corso di attacchi che hanno causato la morte di diciotto tra autisti e operatori locali. Nello stesso periodo, l'elevato numero di auto rubate ha indotto le stesse NGO a sospendere l'impiego dei propri mezzi anche per gli spostamenti all'interno della città e ad utilizzare gli elicotteri delle Nazioni Unite per spostarsi nelle aree rurali o nelle altre località.

Nyala si presenta sin dall'atterraggio all'aeroporto civile come una città in guerra: elicotteri ed aerei dell'esercito lungo la pista, accanto a lunghe file di mezzi delle Nazioni Unite. I controlli di polizia sono piuttosto severi, ma per quel che ci riguarda possiamo considerarci fortunati: come volontari della parrocchia, e con uno dei padri presenti al posto di controllo, siamo riusciti a cavarcela in pochi minuti. Ma la buona sorte ci aveva accompagnati sin dall'inizio: pochi giorni per il visto d'ingresso a Khartoum, per il quale NGO e religiosi possono aspettare anche diversi mesi; e poche ore per il permesso di transito per entrare a Nyala, anche questo spesso soggetto all'arbitrarietà del singolo funzionario (volubilità della quale in passato anche alti prelati sono rimasti “vittime”).
Nyala ha il fascino magico e terribile delle città che sbocciano nel deserto: dal profilo basso delle case di fango e mattoni dell'estesa periferia, che diventano bianche e in muratura una volta superato il compound dell'UNAMID, si stagliano i profili dei numerosi minareti, dei baobab spogli in questa stagione d'inverno d'Africa che alterna giornate di caldo torrido a notti gelide.

In città il coprifuoco, imposto per motivi di sicurezza dall'esercito sudanese,  scatta alle 23 (alle 22 per gli stranieri). Considerando il numero di armi in circolazione in città, tale misura potrebbe realmente tutelare nei confronti di attacchi da parte dei ribelli o della criminalità comune. L'intenso traffico aereo notturno, d'altra parte, lascia ipotizzare che una città deserta consenta anche un più facile ingresso ed una più agevole distribuzioni di armi. Per l'esercito, come per i vari gruppi ribelli.
è probabile, in effetti, che l'esercito possa aver bisogno di rifornimenti di munizioni, sebbene negli ultimi giorni non siano stati registrati, almeno nei dintorni, scontri armati: ad esempio, per tutta l'ora trascorsa all'aeroporto da uno dei padri che ci ospitano, in attesa del nostro arrivo, mig delle forze armate hanno continuato a prendere il volo ed atterrare, secondo la modalità tipica impiegata nel corso dei bombardamenti.
Al momento del nostro arrivo nei locali della parrocchia, avevamo già chiaro che non sarebbe stato semplice riuscire a visitare i campi profughi intorno alla città; quello che non ci aspettavamo era la situazione di semi-reclusione che ci prospettano invece i nostri ospiti. Uscire dalla città è praticamente impossibile, l'ingresso ai campi è strettamente controllato (nei casi in cui non sia vietato), spesso soggetto a pagamento persino per le NGO che vi entrano per portare aiuto alla popolazione. Pochi giorni dopo incontriamo il coordinatore dell'ufficio di Nyala di SudanAid, la Caritas locale, il quale ci spiega la ragione delle difficoltà per le NGO di muoversi qui: il timore che esse raccolgano e lascino trapelare nel resto del mondo informazioni sulle condizioni di vita nei campi profughi e sulle "irregolarità" commesse anche dall'esercito inducono il Governo ad usare una estrema cautela nell'accettare l'ingresso di operatori e volontari, e a rendere poi difficile ai limiti dell'impossibilità l'ottenimento delle autorizzazioni a rimanere, spostarsi e rientrare in Darfur. Le organizzazioni devono infatti, ad esempio, rendere conto delle ragioni per cui scelgono di entrare in Darfur e del perchè decidano di operare in un campo piuttosto che in un altro, così come devono dimostrare di non fornire nessun tipo di sostegno ai gruppi dei ribelli. Ma anche una volta entrati, per gli operatori resta complesso agire sul territorio: ad esempio, al coprifuoco in città va aggiunto quello all'interno dei campi, in base al quale tutti gli stranieri (i pochi che riescono ad ottenere l'autorizzazione a farvi ingresso) debbono abbandonare il campo profughi entro le 18.
L'incontro con SudanAid ci aiuta ad arricchire il quadro che ci stiamo facendo, ma non basta a chiarire tutti i nostri dubbi: continua a sembrarci insufficiente la spiegazione secondo cui il timore che vengano divulgate informazioni sulla vita nei campi sia più forte dei vantaggi che la presenza di NGO può portare in termini di ricchezza in primo luogo al Paese. Se una volta fatte le debite concessioni ai ribelli (ammesso che essi siano effettivamente così imbattibili militarmente), il Governo potrà disporre praticamente a proprio piacimento del territorio e delle relative risorse, ci chiediamo quale ragione possa spingere il governo sudanese a impedire alle NGO di fornire alla popolazione dei campi almeno il minimo indispensabile per sopravvivere. Questione complessa, sulla quale non contribuiscono a portare chiarezza le voci secondo cui Khartoum starebbe pianificando un progressivo spostamento dei campi, dalla periferia della città e dagli immediati dintorni dell'aeroporto, ad aree più isolate e soprattutto "invisibili" ad eventuali visitatori della città e a chiunque arrivi in aereo.

Ripartiamo da Nyala verso Khartoum dentro un'alba suggestiva nel deserto, con il cuore triste per la sofferenza vista sulla pelle di questo popolo e con una sempre piu' incessante preghiera per la pace.

SUDANAID – NYALA OFFICE FOR DARFUR

JUSTICE AND PEACE SECTION


L’ufficio Giustizia e Pace opera nel Sud Darfur da prima dell’inizio del conflitto nella regione. Il compito dei suoi operatori e dei suoi volontari è, in questa fase, la creazione di una consapevolezza presso la popolazione dell'evoluzione della guerra in Sud Sudan, che dal 1983 aveva provocato la fuga verso il Darfur e verso il nord in generale dei civili appartenenti alle tribù più colpite dal conflitto (circa due milioni solo nella periferia di Khartoum).
Negli ultimi tre anni, per ovvie ragioni, l’attivita’ dell’ufficio si e’ invece concentrata sulle questioni interne, secondo un approccio che Gabriel, il nostro referente all’interno della sezione, ci presenta come PPP: Prevention, Peacebuilding, Protection. Concretamente, cio’ si traduce in una serie di interventi specifici nei seguenti campi, per ognuno dei quali e’ stato istituito un apposito comitato:
- formazione volontari, organizzati su base di comunita’ locale, sui temi dei diritti umani, con incontri periodici per monitorare le attivita’ dei gruppi costituiti e per fornire aggiornamenti; tra gli altri, esistono il gruppo delle donne, quello dei giovani, dei guaritori tradizionali, dei leader delle comunita’ e di quelli religiosi;
- lavoro sulla convivenza (coexistence committee), per affrontare i problemi legati alla presenza, all’interno del medesimo campo, di profughi appartenenti a gruppi (tribu’, religioni) diversi;
- azione all’interno del campo tramite il community centre, attraverso il quale viene fornita formazione su peacebuilding, protezione e income generating activities, oltre al servizio di counselling; nello stesso programma rientra anche la concreta attivazione di interventi (cucito, artigianato, processo completo di trasformazione dei prodotti locali) che consentono alle donne di ottenere entrate all’interno del campo senza bisogno di uscire per ricorrere alle attivita’ tradizionali (in particolare la raccolta della legna e la produzione di carbone, che spesso le espongono al rischio di aggressioni e violenze da parte tanto dei ribelli quanto degli stessi membri dell’esercito governativo);
- educazione degli insegnanti ai diritti umani;
- educazione delle forze di polizia ai diritti umani.
Le attivita’ del community centre sono in realta’, per il momento, state attivate soltanto all’interno del campo di Dreig, dove sembra esso sia in grado di coinvolgere circa settecento persone. L’affollamento del centro ed il successo delle sue attivita’ stanno inducendo l’ufficio Giustizia e Pace a muoversi per ottenere finanziamenti sufficienti ad aprire un altro centro all’interno dello stesso campo ed uno in quello di Ottac.

Se, come sembra dalle notizie degli ultimi giorni, il Governo stesse effettivamente premendo sulla popolazione dei campi perche’ rientri all’interno dei propri villaggi o in altre aree indicate come “relativamente” sicure, l’ufficio Giustizia e Pace si occuperebbe anche dei problemi legati al rientro. Tra parentesi, e’ opportuno qui segnalare che per “villaggio” vengono considerate aree composte anche da duecento case distribuite in agglomerati piu’ piccoli formati ciascuno da poche decine di abitazioni. Tra i problemi previsti, anche perche’ vissuti da quanti hanno gia’ tentato spontaneamente tali rientri, il principale e’ sicuramente la difficolta’ di generare entrate: l’agricoltura, attivita’ economica principale, e’ resa estremamente difficoltosa dal rischio di incursioni di animali selvatici e di ribelli (Gabriel parla dei gruppi arabi) che danneggiano le colture. Come detto a proposito dei rischi per le donne che escono dal campo, anche per quelle che dai villaggi si muovono per la raccolta della legna o per coltivare la terra la minaccia di aggressioni e stupri e’ molto alto. In ogni caso, in questo momento l’area che e’ possibile definire meno a rischio e’ quella urbana di Nyala e quella che rientra attorno ad essa entro un raggio di circa settanta chilometri.

Breve ma molto interessante e’ la digressione circa i metodi tradizionali di riconciliazione: esistono ed appartengono alla cultura delle tribu’ di quest’area, ma, come nel nord Uganda, molti di essi sono andati pressoche’ perduti con il conflitto. Basati su dialogo e compensazione, vivono ancora nella memoria degli anziani  e dei leader culturali, e, nonstante alcune resistenze da parte dei giovani, continuano ad essere praticati in diverse comunita’.

Ancora, e per concludere, Gabriel ci spiega le ragioni che fanno di quello di Kalma un campo tanto particolare e soprattutto molto piu’ a rischio rispetto agli altri di Nyala:
- anzitutto le sue dimensioni: benche’ molto discordanti, anche i dati piu’ bassi sul numero dei suoi abitanti gliene attribuiscono quasi centomila, tra quattro e cinque volte il numero di quelli degli altri campi;
- in secondo luogo, sembra assodato che al suo interno vivano non soltanto profughi, ma anche un certo numero di criminali armati (non si parla esplicitamente di ribelli, ma non sembra da escludere) che, specie nelle ore notturne, costituiscono una seria minaccia alla sicurezza del campo e dei suoi abitanti;
- ancora, molti degli sfollati che vi risiedono sono fortemente ostili al Governo, specie in relazione ai proclami sulla volonta’ di pacificazione quando di fatto permette l’esistenza di realta’, come appunto il campo di Kalma, in cui la violazione dei diritti umani di base e’ una pratica sistematica;
- sui movimenti degli stranieri all’interno del campo e’ stato imposto un ulteriore giro di vite dopo l’uccisione di un interprete da parte degli abitanti di un villaggio in occasione della visita di una delegazione dell’Unione Europea (sembra la causa sia stata una serie di traduzioni falsate di quanto veniva detto);
- infine, sembra che sia lo stesso Governo sudanese a fomentare le divisioni tra le varie tribu’ che vivono nel campo, in modo da mantenere uno stato di tensione continuo.