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Martedì 18 Luglio 2017 17:33

Albania

Gjergji ha quasi 30 anni. Nel 2008 ha commesso un omicidio e da allora è in prigione.
Qualche anno fa è stato spostato da un carcere ad un altro. La prigione in cui si trova ora è caratterizzata da condizioni di forte precarietà.
L’omicidio che ha commesso ha dato avvio a una faida che ancora non si è chiusa.

A causa di questa faida, tutti i suoi fratelli e i loro rispettivi figli vivono o sono cresciuti nella paura di subire una vendetta. Alcuni di loro hanno vissuto autoreclusi o lontani da casa per diversi anni e, ancora oggi, temono di uscire liberamente dalle loro abitazioni. La faida ha coinvolto anche la famiglia dei cugini di primo grado di Gjergji. Infatti, a distanza di 4 anni dall’omicidio commesso da Gjergji, la famiglia che ha subito il lutto si è vendicata uccidendo suo zio e una sua cugina appena adolescente. Nessuno è stato arrestato per questo duplice omicidio. Gli zii della ragazza hanno poi provato a rifarsi delle perdite subite, ferendo un paio di membri della famiglia sospettata del duplice omicidio. La faida non è chiusa e non è chiaro come si evolverà. Da un lato Gjergji sente di aver commesso l’omicidio per dovere: la tradizione e i condizionamenti sociali in cui è nato e cresciuto prevedono di vendicare un’offesa subita; inoltre, secondo Gjergji, se non avesse commesso l’omicidio, sarebbe stata lui la vittima. Dall’altro lato, Gjergji sa che l’atto da lui compiuto ha avviato una faida che ha condannato la sua famiglia all’infelicità e alla frustrazione.
Giorni fa Gjergji è uscito dal carcere con un permesso di buona condotta per qualche giorno.
Non usciva da circa una decina di anni. Gjergji è stato attraversato da fortissime emozioni. Ha visto il suo Paese notevolmente cambiato rispetto a come lo aveva lasciato. Ha incontrato la sua famiglia che non lo vedeva da allora e ha conosciuto i suoi nipoti, alcuni nati mentre lui era in carcere. Ha passato i giorni di permesso sempre fuori casa per la claustrofobia sviluppata dalla costante permanenza in un luogo chiuso come il carcere. Gjergji non ha dormito in questi giorni di libertà perché sopraffatto da un turbinio di sentimenti diversi. Quando uscirà dal carcere, Gjergji vorrebbe trasferirsi all’estero per lavorare in un locale. Sente di non avere alcuna formazione professionale e sembra impaurito dal mondo che lo aspetta. Gjergji continua comunque a temere per la sua vita e per quella dei suoi fratelli  perché la faida non è ancora chiusa. Per questo, noi volontarie di Operazione Colomba lo abbiamo riaccompagnato in carcere al termine del permesso, favorendone la protezione.
Questo momento ci ha dato l’opportunità di testimoniare che la nostra vita vale la pena di essere rischiata per provare a proteggere quella dell’altro perché la nostra vita vale tanto quanto quella dell’altro, chiunque esso sia, una donna o un uomo, un giovane o un anziano, qualcuno considerato un reo dalla società in cui vive.  
Questo è il più grande insegnamento che ho tratto dall’incontro con Gjergji e dalla possibilità di continuare a sperimentare la nonviolenza con Operazione Colomba.
Non si finisce mai di imparare…

Giulia

 

 
 
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